domenica 27 settembre 2020

La mia educazione informatica + tag videogiochi

Vi annuncio che sto riprendendo lentamente a guardare film, comunque se in questo periodo ho avuto mancanze cinematografiche, è pur vero che mi sto dedicando alla lettura di grandi classiconi, tipo "Il giro del mondo in 80 giorni" e "Il conte di Montecristo".

Oggi però riprendo a scrivere con un post non di film, non di libri, bensì di carattere informatico/videoludico.

Secoli fa, in uno dei suoi blog, Lucio l'etrusco mi aveva citato nel primo di una serie di post che raccontavano le sue giovanili esperienze con l'informatica. Siccome io sono lenta, ma non dimentico, ho deciso che ora è giunto il momento di rispondere a quella citazione e di scrivere a proposito dei miei primi approcci con i computer, mescolando la cosa con un altro questionario relativo alle esperienze coi videogiochi (che ho letto sempre sul blog di Lucius e lanciato da Omniverso).

Via che si va.

1) Qual è stato il tuo primo approccio ai videogiochi?

Mio padre è sempre stato un uomo all'avanguardia e sempre attento a tutte le innovazioni tecnologiche (e se non c'erano se le inventava, ma questa è un'altra storia), dunque nei primi anni '80 ha portato a casa il Sinclair ZX81, di cui mi ricordo che aveva i tasti non sporgenti, tipo quelli di certe calcolatrici solari, che non sai mai se hai premuto il tasto o no.

Sinclair ZX81
 

Non avevo certamente giochi per questo computer, ma mio padre portava a casa riviste di informatica che contenevano anche i listati in BASIC di alcuni programmi, compreso qualche giochetto. Allora, la mia amica e io scrivevamo questi codici (a turno, una dettava e l'altra scriveva) al computer e poi mandavamo in esecuzione i giochetti.

Mi ricordo ancora di una volta, direi proprio una delle primissime, dopo aver scritto un listato che avrà avuto 200 righe, tutte emozionate abbiamo fatto partire l'esecuzione ma... SYNTAX ERROR! Non è strano: scrivendo a mano, capita di commettere errori, ma in quel caso specifico ricordo che avevamo scritto non so quante volte IMPUT invece di INPUT. D'altronde, andavamo alle elementari e ci avevano ben insegnato che prima della P va sempre la M!

Non ricordo bene a che giochi giocavamo, comunque uno me lo ricordo ed era uno sullo stile di Blitz. La nostra versione era più primitiva di quella nell'immagine qua sotto, comunque il gioco consisteva nel bombardare una città, sganciando ordigni da un aereo che sfrecciava da sinistra a destra nello schermo. Usciva da destra e ricompariva da sinistra, ma più in basso, e l'obiettivo era distruggere la città prima di schiantarcisi sopra con l'aereo. Un gioco educativissimo, proprio.

Questo è Blitz ma io ho giocato a qualcosa di
molto meno definito

2) Qual è stata la tua prima console? E in seguito?

Dopo qualche anno, mio padre ha portato a casa un home computer MSX, che dunque non era proprio una console, ma un computer con cui si potevano eseguire diversi programmi, anche questi in BASIC. In ogni caso, a parte qualche sporadico esperimento di programmazione, dove ho imparato qualche rudimento di informatica, ho in effetti utilizzato quel computer per molti anni e prevalentemente per giocare.

C'erano diversi modelli di MSX.
Questo della Yashica è come quello che avevo io
(fonte https://www.msx.org/)
 
Quasi tutti i giochi che avevo erano in cassetta (normale cassetta audio); in gran parte erano di quelli che si compravano nelle edicole, dove in una cassetta ci mettevano 8-10 giochi famosi, ma con il titolo modificato. Mi ricordo ad esempio che "Wonder Boy" lo avevano rinominato "Karzan e June". 

Il primo gioco in assoluto che ho avuto per MSX è stato ZAXXON. Anche questo era su cassetta.

L'isonometrico Zaxxon
 

Il mio MSX aveva anche uno slot per poter inserire delle cartucce, più costose, ma dal caricamento istantaneo. Non ne ho avute molte, credo quattro o cinque, sicuramente avevo "Car Jamboree", "Antarctic Adventure", "Mouser" e "Athletic Land". A proposito di quest'ultimo, a cui ho giocato moltissimo, avevo scoperto che era possibile fare i livelli anche a ritroso, solo che, non so se per un errore di software, o se proprio era previsto così, i livelli all'indietro contenevano anche gli elementi dei livelli in avanti. Cioè, se dal livello 40, tornavo al 39, vedevo gli elementi del 39 combinati con quelli del 41, il livello 38 era mischiato col 42 e così via. 

A sinistra "Car Jamboree". Quello che sembra un tappeto azzurro, vorrebbe essere una piscina.
A destra "Antarctic Adventure" che aveva come musica "Il valzer dei pattinatori"
 

Di "Mouser" invece ricordo un pomeriggio specifico, passato a giocare con mia cugina e forse pure mio zio, in cui per ore è riecheggiata per casa la musica del gioco, che era una versione di "Turkey in the Straw". Per giorni ci è rimasta in testa a tutti quanti, come un ossessivo tormentone.

A sinistra Athletic Land col bambino che deve superare gli ostacoli del parco giochi.
A destra, il gatto di Mouser, impegnato a sconfiggere i topi che gli hanno rapito la bella.
 

Per quanto riguarda le console in senso stretto, ho giocato occasionalmente con la PS2, ma ho sempre preferito giocare al PC.

3) I titoli che più hanno definito la tua vita da videogamer?

Ho giocato a molti giochi, soprattutto nel periodo dominato dall'MSX. Molti mi sono piaciuti e quando ci ripenso mi vengono in mente tanti ricordi a essi collegati. C'erano periodi in cui mi fissavo con un determinato gioco, magari perché volevo assolutamente completarlo, anche se in alcuni casi era una missione impossibile.

Chi avrà mai risolto il pazzesco Buga-boo, dove quella che credevo fosse una rana (e che solo di recente ho scoperto essere una pulce) doveva saltare fuori da una caverna stando attenta a non farsi mangiare dalle piante carnivore o dalle misteriose cicogne che amavano svolazzare tra le rocce? Saltavi, saltavi, pensavi di guadagnare l'uscita, ma bastava un minimo errore per ritrovarti punto a capo.

Ecco la rana-pulce ritratta assieme a uno dei malefici
fiori carnivori che se la vogliono pappare
 

Per un certo periodo, trovavo rilassante giocare a Chemistry, dove bisognava raccogliere gli elementi chimici sparpagliati per gli schemi, allo scopo di realizzare le formule di vari composti. Si poteva andare avanti all'infinito, non c'erano livelli né obiettivi specifici (strano per un gioco) ma lo trovavo gradevole.

Rullo e scopetta, nemici del piccolo chimico
(fonte https://www.edicola8bit.com)

 

Con gran soddisfazione ero riuscita a risolvere Alien-8: per diverso tempo non ero riuscita a capire cosa bisognasse fare, perché le istruzioni erano molto fumose (era un gioco da edicola e credo che quelli che avevano fatto la compilation non fossero riusciti a capire l'obiettivo del gioco). Ricordo che mi ero disegnata tutta la mappa dell'ambientazione del gioco e dopo molteplici tentativi ero alfin riuscita a risolverlo.

Lo scopo di Alien-8 era risvegliare dal loro sonno criogenico
gli astronauti come quelli che si vedono nell'immagine (e grazie a
questo gioco ho imparato il significato di "criogenico")
 

Con l'MSX ho giocato a un po' di tutto: dai giochi di guida, ai giochi d'avventura testuali, dai platform ai giochi di golf, dai simulatori aerei agli sparatutto spaziali, dai quiz ai giochi di pistoleri western. Quelli a cui giocavo meno erano gli sportivi spaccajoystick, sempre odiati.

Quando poi sono passata ai PC più moderni, ho ridotto di molto il numero dei giochi, concentrandomi prevalentemente su alcuni che citerò:

- Prince of Persia: ci ho giocato molto, fino a che non l'ho finito. E il momento in cui l'ho finito è avvenuto a mezzanotte, con la casa avvolta nel silenzio, ed è partita dal PC una musica di festeggiamento a volume piuttosto alto, musica che se non ricordo male, proveniva direttamente dal chip sonoro e quindi il volume non si poteva abbassare.

Il principe incontra il suo doppelganger. Ci avevo messo un po' a capire
come avere la meglio su di lui.

- La serie di Tomb Raider, che ho fatto fino all'Anniversary, giocandoci più volte, alla ricerca dei mitici secrets nascosti. Mi è sempre piaciuto moltissimo il lato esplorativo e la cura nei dettagli delle ambientazioni. Già col primo, che aveva comunque una grafica cubettosa, mi ricordo lo stupore e l'emozione di fronte a certi templi egizi o nell'incontrare il mitico T-Rex. E mi piaceva molto il fatto che si potessero far fare a Lara innumerevoli acrobazie, con un sistema semplice di comandi. Naturalmente preferisco i primi titoli, rispetto a quando è tutto diventato molto cinematografico.

La mitica manona di Re Mida, che se Lara ci saltava
sopra diventava d'oro (Lara, non la mano).
(fonte: https://tombraider.fandom.com)
 
- Il primo Resident Evil, che all'inizio è stato scioccante. Arrivando da Tomb Raider, in cui avevi inventario e munizioni infinite, e in cui salvavi quando e dove volevi, beh... è stato frustrante ritrovarmi in un gioco dove potevo trasportare pochissimi oggetti alla volta, dove potevo salvare solo in determinate stanze e solo se avevo un determinato oggetto. Inoltre, i personaggi si muovevano in modo legnoso e le inquadrature erano fisse e a volte sembrava che la telecamera fosse piazzata attaccata al soffito, in un angolo sperduto, sopra un armadio, come le televisioni in certi b&b. Ma poi il gioco mi aveva molto coinvolto, lo avevo risolto con entrambi i personaggi a disposizione e mi ero quasi innamorata del pixeloso personaggio maschile, vabbè dai, forse ero in stress da post-esame...

Telecamera piazzata in un punto molto comodo,
soprattutto quando si è attaccati da uno zombi

- Gothic 2: bellissimo gioco che ho fatto solo una volta (ma ci ho messo mesi di intensi combattimenti con orde di orchi, scheletri, draghi e nemici assortiti), in cui, a differenza di Tomb Raider, la storia era fondamentale per la risoluzione del gioco. Ricordo che mi aveva coinvolto molto e poi mi divertivano le missioni secondarie tipo raccogliere rape negli orti dei contadini!

Il protagonista deve decidere con chi dialogare, per poter andare avanti
nella sua missione.
 

- La serie di Heroes of Might and Magic (a cui se ho tempo ancora gioco): ho giocato dal primo al quinto, con eccezione del quarto che è strano rispetto agli altri e non mi ha mai troppo preso. Un gioco prevalentemente basato sul combattimento strategico a turni, quasi da partita di scacchi (vabbè, non esageriamo), dove l'elemento casuale permette una certa imprevedibilità nell'esito delle partite.  

La città dei maghi nell'episodio 2. Dal quinto episodio la grafica è in 3D

- Alcuni giochi di guida pazza tipo Driver o Super Taxi Driver, dove devi guidare spericolatamente come nei telefilm americani anni '70.

Ogni tanto entravo in fissa con giochi strani, tipo questo dalla grafica no minimale: di più!

Si chiama Rogue e credo che sia storico nel suo genere. Non sono sicura che qualcuno al mondo sia mai riuscito a risolvere questo gioco che consisteva nell'esplorare le stanze di un tempio, scendendo progressivamente di livello, e combattendo mostri rappresentati con lettere dalla A alla Z. Lo scopo era recuperare il mitico nonché mitologico Amulet of Yendor, che mi chiedo se qualcuno al mondo oltre al programmatore lo abbia mai visto.

Quello a cui giocavo io, aveva simboli leggermente più evoluti. Comunque nell'immagine
il protagonista è rappresentato da @ ed è assediato da due Hobgoblin.
Il simbolo ! dovrebbe essere una pozione.
 

Poi ho avuto il periodo di Block Out, una sorta di Tetris 3D dove si potevano anche impostare pezzi dalle forme pazze.

In tempi più recenti, in cui gioco poco, scelgo titoli dove le partite sono rapide e citerei Diner Dash, Angry Birds, Piante contro Zombi e quando capita, non disdegno di menare le mani con uno qualsiasi della serie di Tekken. E non è mancato il periodo dei giochi cerca-oggetti.

4) Come ti schieri nella console war? Nintento o Sega? PlayStation o Xbox? O guardi dall’alto verso il basso tutti questi e giochi con il PC?

PC 

5) Il tuo livello preferito di un gioco? Che sia una boss fight, un livello o un ambientazione in particolare che ti è rimasta impressa.

Mi è sempre rimasto impresso il livello St. Francis Folly del primo Tomb Raider, dove Lara deve recuperare quattro chiavi in altrettante stanze dedicate a Thor, Atlante, Nettuno e Damocle, livello rifatto in maniera soddisfacente nell'Anniversary, sostituendo Poseidone a Nettuno ed Efesto a Thor. Era sorprendente: sfera lanciafulmini, martello gigante, spadone penzolanti...

In generale molti livelli della serie di Tomb Raider mi sono rimasti impressi, dalla Venezia girabile in motoscafo al monastero tibetano, dai templi indiani al sottomarino russo... 

Lara scappa perché Atlante vorrebbe farle rotolare il mondo addosso

7) Quel gioco che ti ha proprio deluso

Non so rispondere. Forse ero rimasta delusa iniziando a giocare a Tomb Raider Underworld e, a parte che il cd che avevo comprato aveva qualche difetto e avevo dovuto scaricare un salvataggio e partire dunque non proprio dall'inizio, ma non mi piaceva il modo in cui Lara si muoveva, troppo veloce e non naturale rispetto all'ambiente. In più, bisognava usare anche il mouse oltre alla tastiera e la cosa mi scocciava assai, quindi ho presto smesso di giocare, ma potrebbe essere che cambio idea, se mai mi venisse il guizzo di riprovarci.

8) Quale gioco ritieni sottovalutato e pensi meriterebbe più fama?

Oddio, non so perché ho un'idea veramente vaga di quello che viene sopra o sottovalutato. Mi viene in mente solo un gioco del passato, Maui Mallard in Cold Shadow, che mi pare che nessuno conosca. Protagonista era Paperino che però non era Paperino, ma appunto Maui Mallard, e che in alcuni livelli si tramutava in ninja. Era un gioco platform di una certa difficoltà a cui ho giocato parecchio anche perché aveva una colonna sonora bellissima composta da tale Michael Giacchino, autore di altre musiche per videogiochi e film. Mi ricordo in particolare il secondo livello, il Ninja Training Grounds, con una musica che mi gasava assai, e che giocavo spesso quando tornavo a casa il sabato notte ed era meglio se non andavo subito a dormire.

9) Il genere che proprio non ti piace o non fa per te?

Non mi piacciono giochi di strategia intensa, tipo Caesar, Age of Empires e simili. Ma sorattutto non sopporto giochi dove la cosa principale che bisogna fare è sparare e mi riferisco a giochi relativamente recenti e di carattere bellico, tipo Call of Duty o Medal of Honor. Questo genere proprio non lo sopporto.

Alle ultime due domande del questionario 10) Il titolo che hai rivalutato e 11) Quale gioco secondo te meriterebbe un remake? non so rispondere.

Bene, anche per questa volta è tutto. Casomai non vi risentissi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

lunedì 20 luglio 2020

La tata e il milionario


L'ineffabile Lucius Etruscus dai mille colori mi ha proposto di leggere contemporaneamente gli stessi libri. La sua idea iniziale, relativa a Fantomas, per il momento non potrà essere realizzata, quindi, per questo primo episodio, cosa c'è di meglio che un bell'Harmony, che va sempre di moda? E adesso vi beccherete la doppia recensione, mia e di Lucius, di "La tata e il milionario" di Susanne James, che secondo il sito di Harmony, è "tra le autrici più amate e lette dal pubblico italiano". Ma a quanto pare, la stessa descrizione viene usata per diverse altre autrici, soprattutto quelle che non hanno una nota biografica.

[Nota estemporanea: tra le moltiplici autrici elencate sul sito di Harmony, spunta timidamente anche qualche autore uomo, ma qual sorpresa vedere che c'è pure Alberto Angela! Mi è venuto un colpo al pensiero che pure lui potesse aver scritto qualche torrido romanzo d'amore! Alberto Angela dovrebbe, semmai, essere l'ispiratore dei protagonisti maschili di siffatti romanzi, non di certo l'autore.
E infatti, niente paura: Angela ha pubblicato con la HarperCollins (che pubblica la collana Harmony) il libro "Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l'eternità". Fiuu, pericolo scampato. E dando un'occhiata alle pagine degli altri autori presenti sul sito, non mi sembra che abbiano scritto romanzi rosa. D'altronde, Lucius, me lo avevi detto che solo alle donne è concesso scrivere e tradurre romanzi rosa.]

Ma torniamo a "La tata e il milionario" e vediamo un po' di cosa parla. Ah, vi avviso che qua farò spoiler a go-go, pure per il finale. Tanto, come vuoi che vada a finire un Harmony? E poi, dubito che qualcuno di voi avrà mai voglia di leggere questo libro. Pronti? Partiamo!

L'inglese Lily prende un volo per andare a Roma a trovare il fratello che gestisce un hotel, ma chi si siede accanto a lei sull'aereo? L'uomo più sexy dell'universo, uno che attira gli sguardi ammirati di tutte le donne presenti. Lei, al vederlo, parte subito per la tangente: arrossisce fino alla radice dei capelli, si agita e addirittura: "Il cuore le stava impazzendo e la sensazione di essere in trappola minacciava di sopraffarla". Praticamente è un uomo che fa venire gli attacchi di panico.

Anche lui è turbato da lei: "Era la prima volta che notava una donna da quando Elspeth era morta", più di un anno prima. Abbiamo infatti subito il drammone: lui è vedovo e per tutto il libro si porta dietro quest'aura dolente, aggravata dal fatto che il rapporto con sua figlia più piccola non è molto buono.

Comunque, i due personaggi chiacchierano un po' durante il volo e una volta a Roma si separano. Lei va a pranzo col fratello, il quale già nel pomeriggio, a causa di un forte mal di testa, si ritira in camera sua, per non uscirne più. Non ho capito, dunque, il motivo di un personaggio che appare per due pagine e poi sparisce per sempre.

Però dalle due pagine in cui è presente, capiamo che ha i pantaloni di sartoria, la camicia aperta sul collo, che per fortuna non mette in mostra una catenazza d'oro, ma rivela un'abbronzatura perfetta. Inoltre, il suddetto fratello è dotato di "capelli castani resi dorati dal sole italiano". Si evince che in Italia non c'è bisogno di lettini abbronzanti e parrucchieri che ti fanno le meches. Ci pensa il sole a fare tutto.

Ma d'altronde, Roma viene descritta "col suo clima perfetto, le fontane magiche, la gente calorosa e il profumo di gelsomino nell’aria". Lucius, tu che sei di Roma, concordi? Io posso solo confermare della (non) esistenza della fontana magica di cui avevo parlato qui. 

Ma torniamo alla trama. Dopo che il fratello è stato risucchiato nella sua camera, la protagonista va a mangiarsi un gelato, perché quello italiano è il migliore in assoluto.

E qui viene rispettata una delle Regole Fondamentali del romance, che se non viene rispettata, non ci troviamo al cospetto di un vero romanzo rosa e cioè: l'incontro casuale nella metropoli. Più è grande la metropoli e più si può star sicuri che i protagonisti, qualche giorno dopo essersi conosciuti, si imbatteranno, in modo del tutto casuale, ad esempio in uno dei milioni di bar di cui la metropoli è dotata. Non solo essi andranno nel medesimo bar proprio nello stesso giorno e alla stessa ora, ma riusciranno anche ad andare a sbattersi addosso, versandosi un cocktail rosa sui vestiti.

A volte accade l'incontrario: i due futuri piccioncini, prima si conoscono scontrandosi mentre corrono al parco (quanto è credibile che due si scontrino correndo?), poi lei va a casa, risponde a un annuncio di lavoro come segretaria e naturalmente si ritrova lui come capo.

Bene, nel nostro libro, la regola viene rispettata e infatti mentre la protagonista è seduta su una panchina a osservare gli zampilli d'acqua della Fontana di Trevi, sente una mano toccarle il braccio. A parte il fatto che a uno che arriva e tocca, io gli direi di tenersi le mani in tasca (e non nelle mie, di tasche - semicit.), ma qual sorpresa nel constatare che il toccatore è proprio lui: il megafigo dell'aereo! Non siete stupiti da tale singolare coincidenza?

Lei, come lo vede, sente il cuore vibrare di ansia. Ma perché ansia? Non mi sembra una cosa molto positiva. E infatti forse anche l'autrice se ne rende conto, perché subito dopo scrive: "Ma forse non era proprio ansia quella che provava, [...], era qualcosa d’altro, qualcosa che non aveva mai provato prima e che la turbava." Sono finiti i tempi degli sfarfallamenti nello stomaco, qui siamo alla versione 2.0: tra turbamenti, ansie e sensazioni di essere in trappola, oggigiorno per poter vivere l'amore ci vuole accanto una bella boccia di ansiolitici.

Comunque lei, imbambolata dalle forti cosce muscolose di lui e ipnotizzata dai suoi denti di un candore quasi accecante, accetta l'invito a cena che lui le fa. Ancora stordita dalla presenza dell'uomo affascinante, la nostra protagonista pensa che lui è: "Il tipo d’uomo che un giorno avrebbe potuto dipingere in sella a un cavallo bianco, pronto a salvare una principessa in pericolo." OK, qua siamo ancora alla fase delle principesse. Dopo i dieci anni di età, e abbondantemente negli anni 2000, le ragazze ancora sognano di principi e principesse? Deprimente, non dico altro.

I due vanno dunque a cena e lei ha pensieri bipolari: da una parte pensa che l'aspetto fisico di lui non ha nessuna importanza, ma al tempo stesso non può non notare che lui "era la quintessenza del corpo maschile che tutti i pittori e gli scultori avrebbero voluto rappresentare. Avrebbe potuto benissimo essere il modello per l’Apollo del Bernini". Ellapeppa. Ci troviamo proprio di fronte a una divinità.

Lui invece pensa che lei abbia un vestito che fa risaltare alla perfezione la sua abbronzatura, e i suoi capelli brillano dorati. La descrizione è praticamente quasi identica a quella che si era visto prima a proposito del di lei fratello, però lei come fa a essere abbronzata e ad avere i capelli dorati se sta arrivando direttamente dall'Inghilterra e non ha avuto sufficientemente a che fare con il magico Sole Italiano? Non si sa.

Vabbè, i due si raccontano le loro rispettive tristi storie e lui le propone di fare da tata ai suoi figli per tre mesi, fino a che lei non avrà deciso cosa deve fare della sua vita. Lei accetta, e una volta tornata in Inghilterra, va da lui, bada ai suoi figli e alla fine lui le chiede di sposarlo, lei accetta, fine.

Come fine? Cosa succede prima?

Ma niente, non succede niente.

Come niente? Da pagina 48 a pagina 253 succederà qualcosa? 

Mah, insomma... ah sì, succede che la protagonista racconta la fiaba della notte ai bambini. Poi fa colazione, pranzo e cena coi bambini, a cena è presente anche lui. Poi fa il bagnetto ai bambini. Poi li porta in gita nella brughiera. Poi colorano, poi preparano le crepes, poi giocano agli indovinelli... e via avanti continue scenette quotidiane descritte con una frizzantezza che te la raccomando.

Tra lei e lui, più che timidi sguardi non succede niente di niente di niente. L'unico momento più "ardito" è lui che una notte la vede dormire in mutande e reggiseno (e gambe abbronzate, aridaje, sta cosa dell'abbronzatura è una fissa) e naturalmente è disturbato dalle proprie emozioni e si chiede come mai, dal momento che lui ha amato e desiderato veramente solo la sua defunta moglie, ebbene si chiede e si stupisce che, dopo più di un anno di vedovanza, il suo corpo gli manda dei fastidiosi messaggi. Vabbè, ho capito che hai deciso di chiudere bottega e hai buttato via la chiave, ma addirittura ti stupisci che il tuo amico là sotto non abbia proprio niente di niente da dire? Ma dai.

Passano le pagine senza che succeda nulla di rilevante, ma lui cova sempre più il desiderio che lei non se ne vada al termine dei tre mesi: "Se solo si fosse convinto che era la cosa giusta da fare, l’avrebbe pregata di restare con loro. Per sempre. Le avrebbe triplicato lo stipendio...", ma non ha il coraggio di chiederglielo perché pensa che sarebbe troppo egoista da parte sua: lei è giovane e deve poter essere libera di andarsene a occuparsi di quello che più le aggrada.

Ma anche lei vorrebbe rimanere, ma al tempo stesso sarebbe meglio di no, perché sa già che sarebbe una tortura stargli vicino, provando per lui quei sentimenti così (dis)turbanti. Sai quante pillole di ansiolitico che dovrebbe ingoiare! Tanto per dire: c'è un momento in cui lui e lei prendono il caffè da soli e che potrebbe sfociare in qualcosa di romantico, ma quando lui le prende la mano per ringraziarla di tutto quello che fa per lui e i bambini, lei scappa in camera sua e "rimase appoggiata alla porta per cinque o sei minuti, finché non smise di tremare, quindi si accasciò per terra, con la testa sulle ginocchia. Non aveva mai provato un tormento così grande nella sua vita... Il contatto con la mano di Theo aveva scatenato nelle sue vene un’ondata di passione così forte da farle quasi perdere i sensi, terrorizzandola. Tutti i demoni segreti del suo passato stavano per riaffiorare." Un dramma, è un dramma, non ce la si può fare.

I demoni segreti si riferiscono a delle violenze che lei ha subito nell'infanzia e che sono il motivo per cui lei non vuole uomini e non ha mai avuto uomini. Però questo elemento del passato di lei mi sembra un po' buttato lì, senza un vero senso. Credo stia semplicmente a indicare che lui è l'uomo giusto perché è l'unico con cui lei non prova disagio, da cui non si sente minacciata (anche perché lui non azzarda praticamente mai nessun contatto fisico) e quei turbamenti, ansie, disturbi ecc. che lei prova non sono dovuti ai traumi, ma al fatto che lei è attratta pazzescamente da lui e le sembra una cosa inconcepibile.

Quindi, lui non si capacita di provare qualcosa per una donna che non sia sua moglie, lei non si capacita di provare qualcosa per un uomo, perché gli uomini le fanno orrore, ma nemmeno io mi capacito di come sia possibile tirare avanti per così tante pagine a parlare ginocchia sbucciate (con dovizia di particolari relativi alla medicazione), fiabe a base di fate che ti avverano i desideri e altre amene scenette quotidiane che non sono narrate per niente in modo interessante.

Scena cliché: vengono chiamate due potenziali tate a colloquio. La prima è praticamente una specie di signorina Rottermeier: "una donna di mezza età, con un volto serio e rigido e i capelli grigi raccolti in uno chignon sulla nuca. Indossava una gonna grigia lunga fino a metà polpaccio, una giacca dello stesso colore e una camicia chiara." Naturalmente questa donna è una specie di cerbera che mette subito in chiaro quali sono le sue regole e condizioni, soprattutto quello che non ci si deve aspettare da lei. Lei non prepara pasti, non si ferma la sera... maanca solo che aggiunga: "e non pulisco il water". Scartata.

La seconda invece è una giovane bonazza dalle gonne corte che fa subito gli occhi dolci al paparino. Lui, durante il colloquio sembra tutto interessato a lei, ma figuriamoci, è solo una nostra impressione. Infatti, non appena la sexy-tata esce di casa, lui dice: «Santo cielo!» esclamò lui passandosi una mano fra i capelli. Poi si avvicinò a Lily, mettendole le mani sulle spalle. «Grazie per aver trovato il modo di farla uscire da questa casa» disse. «Temevo non ci saremmo mai liberati di lei.»
Secondo me, il suo corpo gli stava dando dei fastidiosi messaggi...

[Altra nota estermporanea: ma perché nei romanzi rosa gli uomini si passano sempre una mano tra i capelli? Nella vita reale mi capita raramente di vedere un uomo che si tocca i capelli, nei libri invece sono sempre lì con le mani in testa. Mah.]

Naturalmente i bambini non gradiscono nessuna delle due tate perché sono affezionatissime alla protagonista. Nessuno sa intrattenerli e comprenderli meglio di lei, che riesce addirittura nella missione impossibile di sanare i rapporti tra la figlia piccola e il padre... zucchero, zucchero, zucchero a palate.

E a proposito di zucchero, è normale che la protagonista, la prima volta che va a conoscere i bambini e praticamente subito dopo aver bevuto con loro tè e piccoli sandwiches golosi, focaccine ripiene di crema o marmellata e fette di dolce, estrae una busta all'interno della quale ci sono caramelle e cioccolatini? Ma dai! Ma che razza di educatrice è? Si dice sempre di non dare troppi zuccheri ai bambini e questa estrae addirittura una busta piena di dolciumi? Ma è roba da vecchie zie, di quelle che tirano fuori caramelle da ogni tasca e che hanno la fissa che sei troppo magro e che non mangi abbastanza.

Ah, ci sarebbe è vero, una scena di sesso, anche se solo sognata (da lei). Ve la devo riportare, perché il finale m'ha fatto ridere assai: "Il corpo di lui si fece sempre più teso e poi, con un movimento lento e delicato, fu sopra e dentro di lei, con una tale tenerezza che Lily si sentì pervadere di piacere e desiderio... e sollievo. Sollievo di fronte all’impossibile reso possibile. E in totale meraviglia sentì il canto di tutti gli uccelli del mondo risuonare all’unisono in un’estasi di libertà."  Giuro, questa immagine degli uccelli canterini, mi ha fatto venire in mente Biancaneve che fa i lavori di casa e nel frattempo gorgheggia con gli uccelli. E anche alla canzone "Sempre libera degg'io folleggiar di gioia in gioia", cantata dalla fidanzata di Frederick von Frankenstein dopo aver fatto la conoscenza dello Schwanzstück.

Ma a parte questa scena d'amore immaginaria, l'unica cosa reale che avviene è un castissimo bacio: "allora la bocca di lui si posò dolcemente sulle sue morbide labbra appena socchiuse", proprio nella scena finale. Cioè, subito prima lei gli dice che, a causa delle violenza subite, sarebbe una moglie inutile perché probabilmente non se la sentirebbe di fare niente di fisico, però poi lui la bacia e lei sente "l’evidente desiderio fisico di Theo, che le si rivelò nella tensione di quel corpo muscoloso contro la propria figura vulnerabile, non la disgustò affatto". E niente, lo Schwanzstück ha colpito ancora.

Insomma, questo libro non posso definirlo se non con la parola "piatto". Nessun guizzo, nessun sussulto, nessun palpito. Dov'è l'amore travolgente? Dove sono le passioni sconquassanti? O a limite, dov'è la trama?

Niente, io consiglierei di provare questo libro nei momenti di insonnia, magari dovuti alla calura. Se funziona, vi addormentate, se non dovesse funzionare, cercate di captare i messaggi che vi manda il vostro corpo. Poi mi fate sapere cosa vi ha detto.

E ora, se non lo avete già fatto, correte tutti sul blog nonquelmarlowe a leggere la recensione di Lucius, che sarà una sorpresa anche per me!

domenica 17 maggio 2020

A Simple Life

Continuano le mie visioni cinematografiche misto mare.

Ho visto "Il fantasma dell'opera" del 1962 (della Hammer) e l'ho trovato gradevole. Quei film horror inglesi di quel periodo hanno il loro perché. La musica dell'opera è da taglio delle vene, secondo me, ma per fortuna che la si sente in maniera massiccia soltanto negli ultimi minuti del film.

Poi ho visto "La morte bussa due volte", un film di produzione italo-tedesca dove Fabio Testi, abbigliato in maniera vagamente metrosessuale, interpreta uno psicopatico che seduce e uccide donne, mentre il detective che cerca di incastrarlo ha un aspetto a metà tra Roger Moore e Ken di Barbie. Film dallo stile teutonico un po' deprimente, con un montaggio non proprio perfetto e un uso massiccio di inspiegabili zoom. Per i fans del genere.

Ho rivisto con piacere "I tartassati" i cui titoli di testa appaiono a ritmo di tango. Totò e Aldo Fabrizi recitano con ritmo perfetto, come se davvero stessero ballando un tango. Molto divertente.

Poi mi sono trastullata con "Impatto imminente", con Bruce Willis che interpreta un poliziotto, il cui padre è un poliziotto, i suoi zii sono poliziotti, i cugini sono poliziotti e quando la sua partner Sarah Jessica Parker va a trovarlo a casa, vede una parete con appesi i quadri degli antenati, anche quelli poliziotti! Sembrava una barzelletta.

Ho guardato "Lost in love", un film (più o meno) romantico ambientato in Grecia, con Matthew Modine nei panni di un archeologo noiosetto e scialbo. Peccato non poter stabilire quali fossero i luoghi comuni sulla Grecia, però erano un po' sospette le onnipresenti tre vecchie vestite di nero che andavano in giro spettegolando. Anche se le rendeva meno sospette il fatto che passeggiassero declamando versi di Saffo. Interessante quello che la protagonista femminile dice a Modine: "Abbiamo appena fatto il bagno nudi e non mi vuoi dire dove si trova la reliquia X. Però lo hai detto al sindaco. Anche con lui hai fatto il bagno nudo o ti sei spinto oltre?" Era forse un riferimento alla visione aperta della sessualità nell'antica Grecia? 

Ma il film di cui ho intenzione di parlare oggi è "A simple life", pellicola di Hong Kong del 2011. I protagonisti della storia sono il produttore cinematografico Roger (interpretato dal versatile Andy Lau) e Ah Tao, l'anziana domestica/cameriera che ha lavorato per la famiglia di Roger per moltissimi anni, tanto da averne conosciuto quattro generazioni.

Un giorno, l'anziana donna ha un infarto e non può più lavorare. Su richiesta di lei, Roger la mette in una casa per anziani. All'inizio la donna sembra far un po' fatica ad ambientarsi nella sua nuova sistemazione: non è molto simpatico mangiare insieme a tutti quegli anziani che bisticciano a tavola e si scambiano pure le dentiere! E anche di notte, forse non è così piacevole tentare di dormire, con in sottofondo i lamenti degli ospiti sofferenti.

Ma poi le cose migliorano e Ah Tao sembra apprezzare abbastanza la sua nuova vita nella casa e fa amicizia con altri anziani (e non solo) lì residenti. Inoltre, Roger non si dimentica di lei e la va a trovare spesso, la porta in giro e fa con lei diverse attività. Continuerà a farlo fino a che sarà necessario.

Ho trovato il film molto gradevole e non noioso. La trama non presenta avvenimenti straordinari e anzi descrive momenti molto quotidiani, ma riesce a essere scorrevole e varia nella presentazione delle situazioni.

Tuttavia, devo ammettere che questo film non mi ha soddisfatto appieno, perché ho avuto la sensazione che rimanesse troppo in superficie su un argomento in cui invece ci sarebbe molto da dire, cioè la cura degli anziani. Il film è ispirato alla storia vera del produttore e sceneggiatore del film stesso, per cui capisco che l'intenzione fosse probabilmente quella di raccontare una storia "semplice" e personale, senza dover per forza andare nei toni drammatici o impegnati. Ma io spettatrice vorrei un po' di più.

Quando si parla di cura degli anziani, oggi, ci sarebbero tutta una serie di argomenti da trattare: gli anziani dovrebbero risiedere in casa o in una struttura? Chi dovrebbe/potrebbe occuparsene? Quali sono i problemi affrontati da chi si occupa di un anziano (emotivi, affettivi, logistici, economici)? Come rapportarsi con un anziano che magari ha problemi di demenza senile e che quindi non ti riconosce o ti scappa di casa a ogni occasione?

Nel film tutto procede in maniera quasi ideale: la struttura in cui risiede l'anziana domestica non pare poi così male. Sembra un posto in cui si può entrare e uscire liberamente, si fa amicizia con altre persone e non si rimane tanto da soli. Il personaggio di Roger non sembra avere particolari problemi nell'occuparsi della sua domestica, che per tutto il film rimane in pratica abbastanza autosufficiente e non ha problemi mentali. Lui la va a trovare, anche se non è chiaro con quale frequenza, potrebbe pure essere per due ore alla settimana, sinceramente non l'ho capito, comunque l'impressione è che lui non abbia nessun disagio nell'andare a trovarla e stare un po' con lei, anche perché, oltre al lavoro, lui non ha impegni familiari. Lui paga la retta della casa per anziani, ma anche grazie a uno sconto, non pare che abbia difficoltà nell'onorare l'impegno economico che ha deciso di assumersi.

Su tutto emerge il sentimento che lega i due protagonisti: lui è molto affezionato a lei, persino più che alla sua stessa madre, e anche l'anziana donna ha sempre avuto una certa predilezione per lui. Però, nella vita, anche se non ci sono eventi per forza drammatici, è difficile che tutto fili sempre così liscio. C'è, è vero, una malinconia di fondo, in questo film, e un accenno a qualche anziano dimenticato dai parenti, o a qualcuno che inevitabilmente muore, però mi aspettavo un po' di più.

Il produttore ha detto che una volta c'erano molte donne che lavoravano tutta la vita a servizio di una stessa famiglia e che molte di queste donne hanno avuto delle storie sorprendenti. Ecco, forse poteva raccontarci un po' di più di queste storie, andare più a fondo in questo argomento, visto che è qualcosa di cui si sa poco e di cui forse gli asiatici stessi ormai sanno poco.

In merito al tema dell'invecchiamento, mi ha soddisfatto in maniera decisamente maggiore il film Nebraska, di cui avevo scritto qui, perché racconta in maniera molto realistica una storia comune e quotidiana, ma secondo me lo fa in maniera più universale e profonda rispetto al film asiatico, portando in primissimo piano le emozioni contrastanti e sfaccettate dei protagonisti. Ho percepito il film asiatico come qualcosa che ho guardato e che mi è piaciuto pure, ma che è rimasto esterno a me, mentre il film americano è riuscito in qualche modo a toccarmi una corda personale.

venerdì 10 aprile 2020

Batto un colpo (post scritto di getto)

Il mio umore di questi tempi oscilla tra il letargico, l'insofferente, il nervosetto e il paranoide. A volte sono più positiva, ma sono poco produttiva, non riesco a concentrarmi. Sappiate che vi leggo silenziosamente anche se commento poco.

Ho il sospetto che questo mio umore influenzi l'impressione che mi fanno i film che vedo. Faccio un breve riassunto delle ultime visioni.

1) Per la prima volta nella vita ho visto Animal House. Ho fatto discreta fatica ad arrivare alla fine e non ho capito perché questo film abbia avuto il successo che ha avuto. A parte qualche risata provocata da Belushi, la cui presenza pensavo fosse più massiccia, mi è piaciuta solo la musica di Elmer Bernstein. Ma c'era Stephen Furst che mi ha ricordato Quattro pazzi in libertà. Quello sì che mi è piaciuto tutte le mille volte che l'ho visto.

2) Ho visto Inception e adesso le sentirò dai fan di Nolan, perché io l'ho trovato un film inutilmente cervellotico la cui ambizione principale era quella di far vedere scene d'azione, scene d'effetto e scene d'azione a effetto. I complicati drammi amorosi di DiCaprio mi han fatto calare la palpebra e i suoi figli che si vedevano sempre di spalle mi han fatto venire a un certo punto il pensiero: "Non è che si girano e sono come il bambino di Phenomena?" Ma naturalmente può essere che io non ci abbia capito niente, ma non ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un capolavoro, anche se al di fuori della mia comprensione.

3) Ho rivisto dopo diverso tempo Paura d'amare, con Michelle Pfeiffer e Al Pacino. Ai tempi mi era piaciuto, ma adesso a vedere Pacino, che dopo una brevissima conoscenza, corteggia insistentemente la Pfeiffer a suono di "ti amo, ti adoro, sposiamoci e facciamoci mille figli", mi viene in mente il provolone di paese che usa tutto il suo arsenale di frasi da rimorchio, matrimonio compreso, dopo cinque minuti che ti ha conosciuto. Niente, manco Pacino mi ha risollevato.

4) Non poteva mancare la commedia italica (ma perchè mi faccio del male?) Tutta un'altra vita, con Brignano e la Minaccioni, la cui visione mi ha provocato un certo rigurgito di moralismo. Brignano interpreta la parte di un tassista sposato e con due figli. Egli è insoddisfatto dalla vita, ma cambia tutto quando si ritrova le chiavi di un supervillone i cui padroni rimarranno via per una settimana. Decide quindi di fare per una settimana la bella vita nel villone, di nascosto dalla moglie, e riesce pure a farsi un'amante supergnocca. Il film finisce con lui che poi prosegue a fare la bella vita in altre ville di ricconi, sempre con l'amante. Ma che messaggio è? Della famiglia, sto omm'e merd, non sembrava occuparsene molto e la moglie non era mica una cerbera, di quelle che rompono le palle dalla mattina alla sera. Ma niente, lui corona il suo sogno di vita migliore, divertendosi con l'amante in giro per le ville. Se avesse tirato fuori le palle e divorziato dalla moglie, chi gli diceva niente? E invece no, abbiamo sdoganato il concetto di amante. Farsi l'amante fa bene alla vita. Che poi, c'è a chi va bene così, per cui chi sono io per giudicare. In definitiva ognuno fa quel che vuole, nel rispetto degli altri, ma forse mi avrebbe dato meno fastidio se il discorso forse stato affrontato diversamente. Invece così, quello che ho capito io è stato che lui voleva la sua vita migliore, chissenefrega del resto. E grazie al c...

5) Ma poi finalmente ho visto Space Cowboys, con un bel mucchio di vecchie glorie che continuano a dare una pista alle giovani glorie. E sto parlando di Clint Eastwood, Donald Sutherland (mitico!), Tommy Lee Jones, James Garner, James Cromwell e William Devane ruminante chewingum. Forse retorico, sentimentale, poco verosimile... ma me lo sono goduta tutto dall'inizio alla fine. Azione, sentimento, battute. Sì, mi ha risollevato l'umore. Mitico Sutherland che fa il casanova (sarà una citazione felliniana?) che, nudo alla visita medica con dottore donna, è l'unico a non mettersi la mano sul pacco!

OK, questo post è andato così. Speriamo meglio alla prossima.

martedì 10 marzo 2020

Ritorniamo in Italy, quel posto fantastico che esiste forse solo per gli americani

Dunque, io ci avevo provato a vedere un film che sulla carta aveva la potenzialità di essere un bel film. Del 1990, con attori Holly Hunter, Richard Dreyfuss, Danny Aiello, Gena Rowlands, Laura San Giacomo e una breve apparizione barbuta di Griffin Dunne. Oddio, visto che il regista è Lasse Hallstrom, forse qualche dubbio mi sarebbe dovuto venire, visto che nessuno dei film suoi che ho visto mi ha mai fatto impazzire. Ma ne parliamo in caso alla fine del post.

Quest'oggi ho intenzione di proporvi il secondo episodio della rubrica dedicata ai film americani ambientati in Italia, allo scopo di vedere quanti stereotipi vi sono inseriti. Il primo episodio della rubrica (a cui mai ho dato un nome) lo potete leggere qui.

Naturalmente anche in questo caso, il film è la solita cacchiata romantica con in più un risvolto soprannaturale, comunque, tutto sommato, è abbastanza gradevole e non troppo melenso, anche perché si è dato abbastanza spazio agli assurdi personaggi di contorno, spingendo dunque un po' di più sul lato comico.

Il film si intitola "La fontana dell'amore" (When in Rome - 2010) e vede come protagonista Kristen Bell nei panni della solita sfigata in amore che ha ricevuto dagli uomini solo legnate nelle gengive. La sorella è invece fortunatissima perché su un volo diretto in Italia ha conosciuto un certo Umberto (Luca Calvani), si è innamorata di lui e dopo sole due settimane se lo sposerà a Roma.

E arriviamo dunque al giorno del matrimonio, quando la trafelatissima protagonista va in taxi dall'aeroporto alla piazza vicino alla chiesa in cui si svolgerà il matrimonio. Durante il tragitto, il tassista - interpretato da Francesco De Vito e uno dei pochissimissimi italiani del cast - decanta le meraviglie di Roma. In particolare, ci tiene mettere l'accento sul fascino amoroso della città eterna: non si è mai davvero vissuto se non si ha mai amato a Roma, la città più romantica del mondo! Ecco, appunto, è così romantica, che i creatori del film hanno dovuto inventarsi una inesistente "Fontana dell'amore", l'hanno collocata a piazza Borghese, informandoci che tutti gli innamorati del mondo vengono a Roma a tirare monete in quella fontana. Da qui ho dedotto che senza il tocco magico di Hollywood, nemmeno la città più romantica del mondo è sufficientemente romantica.

Comunque, a quanto pare, durante la lavorazione del film, i turisti ammiravano e lanciavano monete in questa finta fontana, pensando fosse vera, e si chiedevano come mai quell'attrazione non venisse menzionata nelle loro guide turistiche.

A Roma non ci sono abbastanza opere d'arte
quindi bisogna inserirne di finte

Torniamo al film: durante il matrimonio non c'è nulla di rilevante da segnalare, ma ecco che al ricevimento le cose si fanno interessanti. Scommetto che già immaginate chi apparirà ora sulla scena. Li sentite? Ma certo che li sentite! Sono loro: i mitici mandolini! Scommetto che in tutti i matrimoni a cui avete partecipato, i musicisti suonavano il mandolino! D'altronde, è inconcepibile un matrimonio italiano senza questo fondamentale simbolo sonoro dell'italianità. E qui abbiamo, non solo i mandolini, ma addirittura un intero corpo di ballo vestito con costumi tipici popolari. E tutti si lanciano in queste frenetiche danze popolane, anche se a un certo punto, mi sembra che i ritmi e il modo di ballare iniziano ad avere un che di cosacco.

Dopo il ballo, c'è un ulteriore momento dedicato alla tradizione: la damigella d'onore, cioè la nostra protagonista, deve rompere un vaso, possibilmente in mille pezzi, perché ciascun pezzo dovrebbe augurare un anno di gioia agli sposi. Ora, cercando su Google, questa usanza sembrerebbe essere seguita perlopiù in Sardegna e in qualche posto del sud Italia, ma a Roma non risulta. Amici romani, se avete assistito a rotture di vasi durante un matrimonio nella città eterna, nonché più romantica del mondo, fatemelo sapere.

Comunque, alla nostra protagonista viene dato da rompere un vaso probabilmente infrangibile, perché lei ci prova in tutti i modi a spaccarlo in mille pezzi, ma nonostante i tentativi, non riesce a romperlo nemmeno in due. Lo lancia perfino addosso alla nonna dello sposo, la quale, in una scena successiva, sputa per terra davanti a lei in segno di disprezzo. Ma a risolvere la situazione, ci pensa il ganzo di turno, colui che sarà l'uomo della vita della nostra protagonista sfigata in amore. Tra i due scocca la scintilla, ma quando lei lo insegue nella piazza con la fontana, recando con sé due bicchieri e una bottiglia di champagne, la attende un'amara sorpresa: il suo ganzo sta baciando una bella ragazza mora vestita di rosso! Hai capito, stu fetente!

Solo qualche giorno dopo, la nostra protagonista verrà a sapere che la bella ragazza mora era in realtà solo una cugina dello sposo, abituata a salutare in maniera calorosa! Se già allora ci fosse stato un bel decreto, la bella ragazza mora avrebbe tenuto le labbra a posto così, oltre a non diffondere pericolosi virus, non avrebbe causato uno spiacevole equivoco, gettando nella disperazione la nostra protagonista! Sì, perché al vedere l'amore della sua vita baciare un'altra, la protagonista si attapira, si butta nella fontana e preleva qualche moneta, sostenendo che in questo modo, coloro che avevano gettato quelle monete sarebbero stati liberi dalle pene d'amore. Dopo aver prelevato le monete, deve scappare via perché arrivano due carabinieri a cavallo che le intimano di uscire dalla fontana. Peccato che i carabinieri non fossero in alta uniforme!

La protagonista torna a New York, portando con sé le monete ed è ignara che il suo gesto ha fatto sì che le persone che avevano gettato quelle monete nella fontana, siano ora vittime di un incantesimo: si sono perdutamente innamorate di lei e tentano in tutti i modi di approcciarla. Tutto molto logico vero? Lei non si raccapezza e non capisce come mai tutta una serie di pazzoidi la stia perseguitando dichiarandole amore eterno! Uno di questi pretendenti, che si spaccia per italiano, la insegue per tutto il parco gridandole 'principessa' e le dice che in Italia, quando una donna scappa, vuol dire che ti ama! Certo, certo.

Comunque, la protagonista scopre la faccenda dell'incantesimo telefonando a sua sorella a Roma, che a quanto pare passa la luna di miele facendo gnocchi mezza nuda insieme al marito. Viene inquadrato un giornale, che non posso non farvi vedere:


A parte il titolo alquanto improbabile, che fatico molto a immaginare su un vero giornale, guardate un po' la meraviglia che appare a sinistra, relativa a qualche fantomatica prot-esta degli agricultori! Peccato non si riescano a leggere gli articoli, però sono firmati da persone con nome non italiano.

Durante una seconda telefonata, vediamo i due sposi fare una ricca colazione su una terrazza con vista sull'Altare della Patria. Anzi, lui legge il giornale mentre lei gli porta il succo di frutta, con una perfetta divisione dei ruoli. Insomma, lo sposo informa la protagonista che l'unico modo per annullare il sortilegio è tornare a Roma e ributtare personalmente le monete nella fontana.

La protagonista è disperata, perché non ha alcuna intenzione di tornare nella città più romantica nel mondo a lanciare monete in una fontana, ma per fortuna che c'è una terza telefonata, stavolta ambientata sulla scalinata di Trinità dei Monti, da cui si scopre che la nonna dello sposo, a quanto pare grande esperta in leggende, dice che per annullare l'incantesimo non occorre tornare a Roma, ma basta restituire le monete ai rispettivi proprietari (o lanciatari).

C'è un ulteriore momento di italianità e cioè quando la protagonista, insieme a tutti i suoi 4 pretendenti, deve raggiungere in tutta fretta il museo Guggenheim. Il finto italiano ha una macchina! E che macchina sarà mai? Una 500? No, troppo scontato.
Il finto italiano ha...una ACMA Vespa 400 gialla!

Quale italiano non circola con una macchina del genere?

Ah, naturalmente il portachiavi è un cuore tricolore! Ah, il richiamo della lontana patria si fa sempre sentire...
Comunque c'è un problema: il gruppetto è imbottigliato nel traffico e non riesce a muoversi. La protagonista allora dice all'autista: "Guida come se fossi a Roma!" e lui: "Non c'è problema!" Il pretendente ingrana la marcia e via! Guida come un pazzo, slalomando agilmente in mezzo a tutte le troppo disciplinate macchine newyorkesi, per giungere infine a parcheggiare comodamente nell'ascensore del Guggenheim.

Bene, credo di aver esaminato tutti i punti di italianità del film e termino la dissertazione con una strofa della canzone "Donna molto bella", cantata nel film:

"We drank sparkling prosecco and the music is echoin' our favorite tarantella 
It's a night for amore, an affair di cuore with my donna molto bella"

Ah, che poesia....

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Tornando brevemente al film a cui accennavo all'inizio, quello con Holly Hunter e Richard Dreyfuss...il film è "Ancora una volta" e racconta di una donna sulla trentina che pianta il fidanzato perché lui non ha alcuna intenzione di sposarla. Va alle Antille a un corso per venditori e si innamora in cinque minuti del venditore più bravo, dopo averlo sentito fare un discorso infarcito di battute da caserma. Lui si innamora perdutamente di lei in sette minuti, ma quando tornano a casa di lei, tutti i membri della famiglia si attapirano perché il venditore ha parecchi più anni della donna. E rimangono attapirati per tutto il tempo, facendo drammoni per insulsi e normali litigi familiari.
Giuro che di questo film non ho capito il senso e i personaggi al limite della macchietta non hanno molto aiutato. Credibilità di tutto quanto: zero, secondo me. L'unica morale che ho capito è che è meglio vivere qualcosa di positivo anche se per breve tempo, ma il modo in cui viene detto è veramente molto banale.
Se ha qualcuno ha visto e apprezzato il film, per favore me lo faccia sapere.