giovedì 14 dicembre 2017

Boomstick Award 2017: la Civetta assegna

Il cine-esperto nonché fine umorista Cassidy è stato così gentile da assegnarmi il Boomstick Award 2017, premio ideato da Germano di BookandNegative.com.
Già Cassidy mi stava simpatico di suo e uno dei motivi è il suo soprannome (ma, ah ah ah - ghigno - non per il motivo che credi tu, Cassidy :D).
Bisogna sapere, infatti, che negli anni '80, tutte le estati guardavo tutte le puntate della serie tv Saranno Famosi e mi piaceva un personaggio minore, tal Cassidy appunto, una specie di rockettaro in erba con l'orecchino.

Questo è il Cassidy di Saranno Famosi. Cassidy, ci somigli?
Sia che ci somigli, sia che non ci somigli, caro Cassidy, ti ringrazio per l'award.

Ma ecco che stavo apprestandomi a copincollare il regolamento, quando scopro che il premio mi è stato assegnato anche dal vulcanico re del pop MikiMoz, colui che sprizza di idee ed energia da tutti i pori tanto che i conigli e gli orsi che suonano il tamburo nella famosa pubblicità non riuscirebbero a tenere il suo passo (dovevo fare il riferimento anni '80)! Grazie Miki!

Grazie a entrambi per le parole gentili che avete avuto nei miei confronti.

Detto ciò passo a copincollare il regolamento.

1 – I premiati sono 7. non uno di più, non uno di meno. non sono previste menzioni d’onore
2 – I post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – I premi vanno motivati. non occorre una tesi di laurea. e sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete
4 – È vietato riscrivere le regole. dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

 Ecco quindi i blog a cui assegno il premio; l'ordine è casuale:

1) Penna Blu - Un blog a cui sono affezionata e dove si parla di scrittura ma anche di lettura. Io non sono scrittrice ma mi piace leggere di scrittura e anche di editoria. Daniele, l'autore del blog, è molto competente in materia e sempre disponibile al dialogo con i suoi lettori.

2) La tosca non è per tutti - Pascal si scusava per avere scritto una lettera lunga, ma non aveva avuto tempo di scriverne una più breve. Non so quanto tempo ci metta Cecilia a scrivere i suoi post ma è certo che nelle sue recensioni di film e libri, riesce sempre a cogliere il nocciolo delle opere di cui parla e con poche frasi, ben scritte, vi dice tutto quello che è necessario voi sappiate. Anche tu, Blaise, puoi imparare da lei.

3) Cronache del tempo e del sogno di Ivano Landi.
Gli argomenti trattati in questo bel blog sono molti e apparentemente lontani tra loro, ma Ivano Landi, come un abile tessitore, mette insieme i fili formando una tela che non potrà che catturarvi. Adesso però basta con le metafore sennò vi immaginate Spider-Ivano che arriva a mangiarvi! Niente paura: Ivano Landi è un gentilblogger.

4) Appunti a margine è il blog di Chiara, scrittrice e comunicatrice, che da un po' di tempo ha iniziato una rivoluzione benefica della sua vita e la sta comunicando con un tangibile entusiasmo. Trovo che Chiara sia di grande ispirazione. Vola alto colui che si libera dalle catene...

5) Un paio di uova fritte - Dove il Bibliofilo dice quello che pensa su questioni inerenti alla cultura. Cultura in senso alto e basso, lato e stretto. Da leggere anche per il suo personalissimo e divertente stile.

6) Il diario di Murasaki è il blog di una insegnante che parla di vari argomenti e lo fa così bene che io mi ritrovo come ipnotizzata leggendo i suoi post, anche quelli molto lunghi. Se parla come scrive, credo che i suoi allievi possano stare contenti.

7) Il Zinefilo - Lucius avrà vinto di sicuro una trentina di questi premi, ma visto che siamo a dicembre, se si fa 30 si può anche fare 31. La motivazione del premio è che Lucius è un bravissimo divulgatore. Leggetevi ad esempio il post The Experiment.


mercoledì 6 dicembre 2017

venerdì 1 dicembre 2017

La mia esperienza con Dolph Lundgren

 [UPDATE: Non devo certo dire io chi è Lucius Etruscus, (il link è solo a uno dei suoi numerosi blog), ma voglio almeno dire che, tra le altre cose, è uno che ha una conoscenza vastissima e scrive molto, molto bene. Lucius è stato ispiratore di questo post e vi consiglio di leggere questo articolo nel suo blog del Zinefilo dove vedrete la bellissima immagine che ha creato per questa occasione.]

Un bel dì, Lucius passeggiava, chiedendosi pensoso:
"Ma Dolph Lundgren sarà davvero poi così famoso?"

"Se chiedessi a un tizio a caso, seduto in un caffè,
Mi scusi, Dolph Lundgren, lo sa mica lei chi è?"

"Otterrei in risposta soltanto un vacuo sguardo?
Oppure un Ma certo! Dolph sì che è un gagliardo!"

Lucius indisse allora un grande sondaggione
allo scopo di vedere chi conoscea lo svedesone

Compilò una lunga lista di film col biondo attore
"Sceglietene fino a 5!", spronò i lettori con ardore

Decisi di partecipare, del resto ai sondaggi non resisto,
Ma mi accorsi che dell'elenco neanche un film avevo visto.

All'improvviso, il palinsesto di Sky mi venne in salvataggio
Proponendomi ben due film con il soggetto del sondaggio.

Anthony Hickox ha firmato entrambe le opere in questione,
La prima delle quali intitolata "Nell'occhio del ciclone".

Dolph fa il pilota e vorrebbero bombardasse la Casa Bianca
Ma 'sti cattivi, pensano proprio, con lui, di riuscire a farla franca?

Non c'è grande abbondanza di scene d'azione, a dir la verità,
In compenso, scene aeree di repertorio in discreta quantità.

C'è spazio anche per qualche momento divertente,
Come Dolph alle prese con un panzone assai potente.

È sol col calcio negli zebedei che del panzone si sbarazza,
Per poi rimanere schiacciato dalla sua spropositata stazza.

Rilevo anche qualche dialogo non esente da difetti
"Han tentato di uccidermi", dice Dolph a denti stretti

"Ma chi è stato?", chiede l'amico afroamericano
"Dei dannati assassini", risponde Dolph lapalissiano.

È un film che procede senza infamia e senza gloria,
Scorre come acqua, senza lasciar alcuna memoria.

"Jill Rips" è l'altra opera che ho preso in esame
E qui vediamo addirittura Dolph legato come un salame.

Legato e per di più con le chiappe al vento,
Appeso a testa in giù, con poco godimento.

Per far luce sulla misteriosa morte del fratello
Tocca a Dolph indagare in più di un bordello.

Purtuttavia, in questa pellicola, spero non troppo pretenziosa,
c'è un'atmosfera decadente, desolata e anche nevosa

che si adatta discretamente a questa intricata storia
lasciando perlomeno una flebile traccia nella memoria.

I due film sono quello che sono, ma Dolph mi ha stupito,
me lo aspettavo ben più legnoso, rigido e impietrito.

Invece ho notato che di espressioni ne ha una certa gamma
e potrebbe spaziare dall'azione, al comico finanche al dramma.

Dopo essermi sorbita queste due perle della cinematografia,
Vado sul sito di Lucius per poter finalmente dire la mia

Ma! Sto quasi per svenire, spero una poltrona mi assista,
neanche uno dei due filmacci è presente nella sua lista!

Prima di poter alfin votare,
Dovrò dunque ancora pazientare

Ma alla fine vincerò
e una spunta su una casella, infine metterò!





venerdì 24 novembre 2017

Senza via di scampo, tra grandi orologi ed enormi ingranaggi

Tra i miei libri preferiti c'è Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg. L'ho letto e riletto chissapiù quante volte. Perché mi piace così tanto?

Una delle ragioni consiste in come l'autrice è riuscita a descrivere l'ambientazione in cui si svolge parte della trama. Più che "ambientazione", direi che la Flagg ha proprio riportato alla vita un mondo, quello del profondo sud americano degli anni '30 e '40, come se fosse qualcosa di davvero tangibile e percepibile.

Come ha fatto? La storia si divide in parecchi capitoletti e in ciascuno di essi la narrazione si concentra su uno dei vari personaggi. A volte, questi personaggi sono solo marginalmente collegati alla storia principale e quello che di loro viene narrato non è sempre rilevante ai fini della storia. Ed è proprio questo che li rende, secondo me, così autentici. Essi non sono delle figure mono o bidimensionali che esistono soltanto per portare avanti la trama principale, ma sono bensì dei personaggi, anzi, delle persone a tutto tondo, con la loro vita, con i problemi che per loro sono davvero importanti, indipendentemente da quello che la linea narrativa principale ci racconta. Essi escono dal libro, smettono di diventare fittizi, e insieme danno vita a un mondo concreto e vero.

Una narrazione che preveda il punto di vista di diversi personaggi (non necessariamente tramite l'utilizzo della prima persona), può quindi donare maggior spessore alla storia e alla sua ambientazione.

Kenneth Fearing, scrittore americano della prima metà del secolo scorso, era "fissato" con l'utilizzo dei molteplici punti di vista. Ha scritto otto romanzi e in tutti quanti ha utilizzato questa tecnica.

Per la verità, la cosa non gli è sempre riuscita tanto bene. Nell'ultimo romanzo, The Crozart Story, ha portato la faccenda a degli estremi tali che, anziché creare un unicum mettendo insieme molte tessere, ha sfilacciato tutto in brandelli flebilmente collegati tra loro. Forse troppe voci narranti slegate tra loro nello spazio e nel tempo.

Il suo romanzo più famoso è L'enorme ingranaggio (del 1946), sorta di giallo/poliziesco ambientato nel mondo dell'editoria.

Il protagonista, George Stroud, giornalista/investigatore per una rivista specializzata in crimini, diventa l'amante dell'amante del grande capo della casa editrice, Mr Janoth.

Dopo una nottata di amoreggiamenti e un pomeriggio passato a sbevazzare in giro per i locali di Manhattan, George accompagna l'amante a casa. I due si danno quattro bacetti ma lei si avvia da sola verso l'uscio di casa - meglio non far sparlare troppo i vicini facendosi vedere in compagnia di un uomo, ché già è sconveniente farsi vedere a rincasare con un borsone, indice di nottata passata fuori.

Inaspettatamente, sulla scena appare Janoth. I due uomini si vedono, ma l'illuminazione è tale da non consentire a Janoth di riconoscere George, ma di intravvederne soltanto la sagoma. Janoth e la donna entrano in casa, ma la gelosia di lui scatena una lite in cui entrambi si rinfacciano i rispettivi amanti e preferenze omosessuali. La situazione precipita e Janoth, in un'accesso d'ira, uccide la donna.

Il potente editore vorrebbe andare a costituirsi ma qui entra in scena il suo diabolico segretario nonché braccio destro. Costui dissuade Janoth dal suo intento, dopodiché cancella le tracce sulla scena del delitto, costruisce alibi e soprattutto dà il via a una caccia all'uomo, a quell'unico uomo di cui si sa quali locali ha frequentato insieme alla donna prima dell'omicidio e che potrebbe testimoniare di aver visto Janoth sulla scena del delitto. E a chi affida l'incarico di svolgere le indagini? Ovviamente a George che si ritrova quindi a indagare su se stesso, senza badare a spese e impiegando gran parte del personale del giornale. George si trova preso in una morsa: da una parte rischia di venire ucciso da Janoth, se venisse identificato come l'uomo misterioso, mentre dall'altra egli teme che sua moglie - sì, George è pure sposato - scopra il suo tradimento e lo mandi a quel paese portandosi via la figlia.

Anche Chaplin se ne intendeva di ingranaggi
Secondo me, una storia del genere è davvero potente. A X Factor direbbero "questa storia spacca". Quando ho letto il libro la prima volta sono però rimasta un po' delusa e ho pensato che le potenzialità della trama non fossero state sviluppate appieno.

Per prima cosa, c'è nella vicenda qualche dettaglio che non mi torna del tutto: perché il protagonista, se poi ha tanta paura che la moglie lo scopra, va con l'amante proprio nei locali che abitualmente frequenta e dove lo conoscono? E poi, in questi locali lo conoscono così tanto da sapere che anni prima gestiva un locale con la moglie, ma nessuno, proprio nessuno, sa come si chiama e dove lavora? Non so, a me sembra un po' strano e in base a come il protagonista si era comportato, l'investigazione sarebbe dovuta durare giusto un paio d'ore. E invece dura giorni e per giunta si conclude in maniera fortunosa.

Ma a parte questo, la cosa che mi infastidiva era proprio quella dei molteplici narratori che, proprio nei momenti in cui la tensione dovrebbe aumentare e tu dovresti leggere rosicchiandoti le unghie per la suspense, si mettono a raccontare cose di infima importanza per la storia principale. Perché, nella parte finale del libro, un investigatore impiega quattro pagine a dire cose di poco conto per poi finalmente buttar lì, quasi per caso, una cosa importante? E non è l'unico esempio in cui questo avviene.

L'impressione è che Fearing fosse poco interessato all'aspetto tensivo della vicenda e preferisse piuttosto indugiare su altre cose. Ci sono diverse pagine che parlano della struttura della casa editrice, di un possibile progetto di cui si sta vagliando la realizzazione, delle preoccupazioni dell'editore a proposito di una fusione ecc. Insomma, sembra quasi che l'azione principale sia un contorno.

Per scrivere questo articolo ho deciso di rileggere il libro una seconda volta e, proprio per il fatto di sapere già la trama, ho potuto apprezzare tutte quelle cose che mi avevano infastidito e che invece mi sono accorta che danno spessore al romanzo e ai suoi personaggi. Ecco che il capitolo dell'investigatore che parla di cose ininfluenti acquista un nuovo significato. Me lo immagino questo ometto, costretto a stare alla centrale di polizia a raccogliere notizie, quando invece vorrebbe lavorare a un suo progetto editoriale ed è inoltre preoccupato che ci sia stata una fuoriuscita di informazioni a proposito di questo progetto. Questo investigatore è ignaro che il protagonista si trova in una situazione disperata e quindi è giustamente preoccupato per gli affari suoi.
Tutto il romanzo, alla seconda lettura, ha acquistato una nuova luce.

Quindi usare più narratori e approfondire aspetti non fondamentali per la vicenda è un po' risqué quando si tratta di storie thriller, bisogna bilanciare bene gli ingredienti altrimenti si rischia di disorientare il lettore/spettatore. Altri generi di storie invece richiedono in questo senso minore attenzione.

Nel 1948 è uscito un film, Il tempo si è fermato, che ripropone in maniera abbastanza fedele la storia del romanzo. C'è qualche adattamento moraleggiante: il protagonista, anziché essere un donnaiolo che ha persino un hotel d'elezione dove portare le amanti, è un marito irreprensibile che giammai si sognerebbe di avere una tresca extra-coniugale. È vero che trascura la famiglia a causa del troppo lavoro, ma non esita a farsi licenziare pur di portare moglie e figlio in vacanza. Inutile dire che è stato eliminato qualsiasi riferimento omosessuale nel litigio tra Janoth e l'amante.

Il film dà una aggiustata alla plausibilità di certi punti della trama e toglie gli elementi che potrebbero smorzare la tensione e ha quindi le caratteristiche che un prodotto del genere dovrebbe avere.

Nel film c'è una costante presenza di orologi, simbolo di un sistema inarrestabile, un enorme ingranaggio che non si ferma di fronte a niente e di cui tutti sono delle rotelle interscambiabili.

Un film decisamente ben fatto, con il grande Charles Laughton nei panni del "ciccione" Janoth, una dozzinale imitazione di Napoleone, come lo chiama la sua amante subito prima di venire uccisa.

Alla fine degli anni '80, viene girato un altro adattamento del romanzo di Kenneth Fearing: Senza via di scampo, con Kevin Costner e il grande Gene Hackman. Stavolta le differenze rispetto al romanzo sono un po' più marcate, ma sono mantenuti i punti salienti e distintivi della storia.

Non siamo più in una casa editrice ma nei corridoi del Pentagono. Costner interpreta un capitano della marina che inizia una relazione con l'amante (Sean Young) del Segretario della Difesa (Hackman). Tutto si svolge come da copione solo che, per fortuna, l'indagine che Costner deve compiere su se stesso è più impegnativa perché ci sono poche tracce che portano a lui.

L'indizio che potrebbe inchiodarlo è rappresentato da una Polaroid che la sua amante gli aveva scattato e che è stata rinvenuta sulla scena del delitto. L'immagine è praticamente inintellegibile ma grazie ai supercomputer del Pentagono e a un sistema sperimentale di elaborazione delle immagini, in poche ore sarà possibile riuscire a capire che l'uomo nella foto è Costner. Quindi egli è in corsa contro il tempo per trovare il modo di uscire dalla melma in cui si trova invischiato...

Ah, i vecchi tempi in cui si usava i floppy 3M.
By the way, bravo George Dzundza nei panni
del capo del settore informatico
Trovo che il film sia davvero ben fatto e recitato in maniera molto credibile anche dagli attori che interpretano i personaggi secondari. Inoltre la love story tra Costner e la Young è appassionante e si rimane un po' male quando il di lei personaggio viene ucciso, dopo ben 45 minuti di film.

Ci sono delle ingenuità, tipo dei testimoni che vengono convocati al Pentagono e per coincidenza si imbattono in Costner, come se il Pentagono fosse un ufficio dove lavorano giusto 20 persone (comunque la cosa è una citazione del romanzo). Purtroppo il finale ha uno stupidissimo colpo di scena che vabbè, in fondo non rovina neanche il film, sembra una cosa posticcia attaccata in un secondo momento. E poi, al limite, a tre minuti dalla fine si può sempre dire:"Ops, mi si è spento lo schermo!" ZZZAP!


venerdì 10 novembre 2017

Il calderone della civetta

(Attenzione: se sei su cellulare, appena apri il post verrai redirezionato alla versione web in modo da poter usufruire del contenuto - solo per questo post specifico)

Dopo un periodo in cui ho avuto ritmi e tecnologie diverse, rieccomi qui con un divertissement cinematografico.
Cosa succede se due film famosi si mischiano nel calderone della civetta? Provate a scoprirlo trascinando nel calderone due film qualsiasi. Poi se vi va, ditemi qual è il vostro miscuglio preferito.


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Il disegno del calderone (ma non della civetta) è di 
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sabato 23 settembre 2017

Cell(ulite)

Già dal titolo del post si dovrebbe capire che ho gradito il film così come gradisco la cellulite sulle gambe, soprattutto sulle mie. Di cosa parla questo film e perché mai l'ho trovato così a buccia d'arancia?

Ebbene, la storia inizia in un aeroporto e quasi tutti sono al cellulare; anche chi è sulla tazza del water, grazie all'auricolare, non rinuncia a una telefonatina.

Entra in scena John Cusack, con una tinta di capelli alquanto imbarazzante e un trucco in faccia che sembra un mimo dopo che si è struccato ma ha ancora un residuo evidente. John non è che sei meno bravo se dimostri i tuoi 51 anni. Che poi, con quel makeup, sembra che di anni ne hai pure di più.

Improvvisamente, tutti quelli che sono al cellulare impazziscono: si contorcono, corrono in giro come invasati, sbavano roba che sembra bagnoschiuma per lumache e iniziano a far fuori chi trovano a tiro e, se non trovano nessuno, compiono atti di autolesionismo violento.

Già dopo cinque minuti si capisce il livello qualitativo alquanto basso del film. Questa scena concitata è realizzata in modo così dozzinale da risultare decisamente fasulla, nonostante la violenza. Comparse che si agitano qua e là, quasi improvvisando, riprese a scatti e montaggio frenetico per cercare di nascondere l'approssimazione. Una roba appena decente per uno show dimostrativo in un centro commerciale la sera di Halloween, non certo per un film hollywoodiano. Esilarante la scena di John, accucciato contro una colonna, che si dimena fingendo di evitare qualcosa che sembrano popcorn tirati a mano. Ciliegina sulla torta: il pessimo aereo digitale che si schianta nel terminal.

Proseguiamo. John riesce a scampare all'orrore (cinematografico) e si rifugia in un vagone della metropolitana dove si stanno nascondendo anche altre persone tra cui spicca lui, Samuel Jackson. Samuel dice che non si può rimanere nel vagone, bisogna cercare un modo per uscire all'aperto evitando quelli che, a causa del cellulare, sono praticamente diventati degli zombi.

Samuel, John e un anonimo ragazzo escono e si incamminano lungo le rotaie ma, dopo un minuto, gli zombi arrivano e fanno fuori il ragazzo: evidentemente era troppo anonimo per restare nel film.

Dopo qualche banale scena di raccordo, Samuel e John riescono a raggiungere l'appartamento di quest'ultimo. Siccome mancano le quote rosa, si manifesta alla porta una ragazzina, munita del solito Psycho coltellaccio col quale ha appena ucciso la madre zombi. Naturalmente, la ragazzina è vestita con una canotta bianca, altrimenti non si vede bene il sangue con cui è ricoperta.

John vuole andare nella casa dove stanno la sua ex moglie e il figlio, indi per cui il terzetto si mette in marcia, cercando di evitare le onnipresenti orde di zombi. Cala la notte e i tre, seguendo la provenienza di una musichetta, giungono a una scuola dove ad accoglierli c'è il preside e uno studente, gli unici del posto a non essere stati zombizzati.

Io sono Mike Hammer e uso il fisso
così non mi zombizzo.
Il preside (interpretato da Stacey Keach, il mitico Mike Hammer), li informa che la musichetta proviene dai cellulari degli zombi, i quali passano le notti distesi nel campo di football della scuola, intenti a guardare i loro telefoni e ad ascoltare la musica. Quando gli zombi si trovano in questo stato ipnotico sono insensibili a qualsiasi stimolo esterno ed è proprio questo fatto che dà al gruppo l'idea di come sterminare le immonde creature. In cosa consiste l'idea? Non ve lo dico, lo saprà solo chi avrà l'ardore di affrontare la visione di codesto filmaccio.

Perché sono così negativa nei confronti di quest'opera?
Perché aveva un'idea che poteva essere interessante e cioè l'invasività sempre maggiore che i cellulari e l'iperconnettività hanno nelle nostre vite, con conseguente effetto spersonalizzante e ruba-tempo.

L'altro giorno passeggiavo lungo una via e c'era un furgoncino che aveva fatto un parcheggio un po' troppo disinvolto impedendo a un megacorrierone di due piani di passare. Si era quindi formata una lunga fila di macchine e il blocco del traffico è durato almeno per il tempo che ho impiegato a fare la via a piedi. Ho notato che tutti i conducenti delle macchine, nell'attesa, guardavano il loro cellulare. Tutti.

Mi viene in mente il primo libro di Harry Potter, dove Ron Weasley diceva a Harry che a Bath c'era una strega che aveva un libro magico che non si riusciva a smettere di leggere, bisognava andare in giro col naso incollato alle pagine cercando di fare tutto con una mano sola. Ecco, secondo me, la strega di Bath si è aggiornata ed ha inventato gli smartphone.

Insomma, il tema poteva avere sviluppi interessanti, invece qui abbiamo il solito film di zombi, con le solite scene trite e ritrite, tipo persone che da dietro sembrano normali e invece; oppure zombi che saltano fuori dai soliti angoli oscuri (che novità); zombi pazienti che in uno sgabuzzino aspettano per giorni che arrivi il protagonista per potergli saltare addosso e così via.

Inoltre queste orde di zombi sono interpretate da comparse che a me sembrano tanto studenti ingaggiati tramite una qualche pagina facebook del tipo CercasiComparsePerFilmScemo (preferibilmente senza esperienza). Fanno tutto, ma proprio tutto, quello che fa parte del cliché di genere, come se il regista avesse detto:"Ok, fate gli zombi, sapete no come si fa?"

Forse non c'erano soldi per pagare dei professionisti, tutto il budget sarà andato a Samuel e John che perlomeno lavorano bene. Comunque oltre a loro due e alla coppia di ragazzini, tutti gli altri attori recitano per non più di 5 minuti.

Inoltre, ci sono anche elementi che secondo me sono inutili e confusionari, come quello che fa riferimento al capo-zombi e che sembra in qualche modo legato al personaggio di John. Cose buttate lì tanto per. E poi, perché in un film del 2016, la maggior parte dei cellulari che si vedono non sono smart (vedasi la scena del mucchio di telefoni fumanti)?

Insomma basta, il verdetto finale è: film bucciato d'arancia su tutta la linea.


giovedì 14 settembre 2017

Baby Boom

Il 27 luglio all'età di 73 anni è morto Sam Shepard. Dopo essermi dispiaciuta e anche sorpresa, vista l'età relativamente giovane di Shepard, mi è venuto in mente il film Baby Boom, dove Shepard interpreta il ruolo di un veterinario di cui Diane Keaton si innamora.

Ho pensato: per ricordare Sam Shepard, attore, sceneggiatore, vincitore di premi teatrali, regista e scrittore, potrò mai scrivere proprio di un film come Baby Boom, a cui il Mereghetti dà una stella e mezza e di cui dice che è meno divertente di Tre uomini e una culla e che è poco incisiva nel criticare i modi e le mode anni '80? No, non posso - mi sono risposta.

Poi il film è passato in tv e io, come tutte le volte, me lo sono guardato. Io lo trovo divertente e ogni volta che lo guardo l'umore mi migliora. Insomma, una delle funzioni dei film sarà anche quella di aumentare il buonumore o no? E allora ho detto: ma chiccacchio se ne frega della critica alle mode e ai modi degli anni '80, adesso faccio un post su Baby Boom.

Che poi, se proprio uno vuole criticare gli anni '80, più che le mode e i modi, forse dovrebbe criticare quel capitalismo e consumismo spinti che, secondo me, hanno la loro buona parte di responsabilità della situazione disastrata in cui siamo oggi. E nonostante Baby Boom sia una commedia senza pretese, con una bella dose di buoni sentimenti, a me pare che i problemi e le difficoltà che illustra siano, dopo trent'anni, rimasti immutati.

Insomma, di cosa parla questo film? Ebbene, il film ha come protagonista J.C. Wiatt, donna in carriera che lavora dalle 5 alle 9 (forse Dolly Parton potrebbe fare una variante della sua canzone "9 to 5") e non nel senso che fa un part-time di 4 ore ma nel senso che fa un extra-ultra-full-time di 16. Ella convive con uno che è workaholic come lei, interpretato dal compianto Harold Ramis, e col quale riesce a fare sessioni amorose di tre minuti, senza che nessuno dei due si svesta.

Una bella notte, J.C. riceve una telefonata che le annuncia che ha ereditato...BZZ...che ha ereditato KNF...non si capisce...la linea è disturbata. Il giorno dopo, il mistero viene svelato: J.C. scopre di aver ereditato da un lontano parente, non già le 10.000£ del Monopoli, bensì...una bambina, che non è altri che la figlia del lontano parente!

Che di solito non è tuo e ci sono sopra gli alberghi

Dopo lo shock iniziale, J.C. decide di dare la bambina in adozione ma, nei pochi giorni in cui si prende cura di lei, in attesa che le venga assegnata una famiglia, J.C. le si affeziona e decide di tenere la bambina con sè.

E qui J.C. commette un errore: si illude di poter fare la madre e continuare a lavorare come prima. Che già con un impiego normale la cosa potrebbe presentare dei problemi, figuriamoci quando al lavoro sei conosciuta come Tiger Lady e sguazzi in un mare pieno di squali che tra un morso e l'altro gridano:"Produttività! Competizione! Reperibilità 24/7!"

Ecco, c'è da dire che le donne si trovano spesso a dover fare i salti mortali per riuscire a essere contemporaneamente mogli, madri, lavoratrici e per ritagliare un po' di spazio per se stesse. Non hanno per niente vita facile. Però, e spero di non attirarmi le ire di qualche lettrice, mi pare che in alcuni casi, in questa corsa al dover/voler fare tutto, sono proprio le donne che spingono sull'acceleratore anche quando potrebbero scalare di marcia.

Non si spiega infatti come mai certe madri fanno di tutto, sanno tutto, controllano tutto, sono dappertutto, contemporaneamente. E fanno fare ai loro figli almeno 27 attività extra scolastiche. Ma perché? Cos'è quest'ansia da prestazione?

Ansia che si legge anche nelle neomamme che hanno il terrore di perdere la loro personalità e di venire fagocitate in un mondo dove esistono solo i pannolini e le pappe e che quindi vogliono recuperare il prima possibile (se possibile) il corpo e le abitudini che avevano prima della gravidanza. Magari sbaglio, ma forse un po' di pazienza non guasterebbe.

Amal Clooney, avvocato nonché moglie di George, ha recentemente annunciato il suo imminente rientro al lavoro, a distanza di 3 mesi dal parto. Ora, io non so come sia la situazione lavorativa di Amal, forse i suoi clienti stanno scalpitando affinché lei ritorni, oppure il suo studio è invaso dalle cavallette e urge una disinfestazione, però...è mai possibile che Amal non si possa prendere neanche 6 mesi per stare vicino ai suoi figli ora che ne hanno bisogno assai? Che faccia come vuole, per carità.

Secondo me c'è una donna, che definirei mitologica, che proprio negli anni '80 ha settato l'asta a un livello impossibile e che ha fatto venire il complesso di inferiorità a tutte le donne. Chi è? Ma è lei: l'ineguagliabile Clair (Huxtable) Robinson! A poco più di quarant'anni è un avvocato in uno dei più prestigiosi studi di New York, ha 5 figli, un marito adorante e una magione in cui non si vede l'ombra di un domestico né di una babysitter, lasciando quindi a intendere che è lei che fa tutto! Lavoratrice indefessa ma pur sempre pronta a mettersi elegante (anche se è già sempre impeccabile), in una sera qualunque, quando il marito la porta in qualche jazz club. Il telefilm dovrebbe avere come sottotitolo "Oltre i confini della realtà".

Sono una donna inarrivabile
Comunque, gli anni '80 sono passati e la condizione della donna mi pare grossomodo invariata, ma non così quella dell'uomo, il quale è sempre più coinvolto, anche se timidamente, nell'allevamento dei figli. Ora i tempi sono maturi perché i padri saltino la barricata e diventino genitori a tempo pieno.

Come la donna, a suo tempo, ha deciso di voler uscire di casa, anche per sua personale soddisfazione, è il caso che anche l'uomo esca dall'idea che l'educazione e il tempo dedicato ai figli siano cose che gli competono solo marginalmente. Oppure si vuole fare come il capo di J.C., che fa il direttore d'azienda ma non conosce il nome dei suoi nipotini? Uomini, ampliate un po' le vedute!

Dopo aver fatto questa lunghissima digressione (per cui probabilmente le sentirò da qualcuno), torniamo al film.
J.C. non riesce a essere produttiva come prima e non accetta incarichi che lei giudica dequalificanti. Decide quindi di fare una cosa pazzesca: cambia radicalmente vita e si trasferisce nel bucolico Vermont.

Il Vermont! Nella mia immaginazione, in Vermont è sempre autunno e tra gli alberi giallo-arancio spuntano graziose casette bianche e fienili rossi. Invece, in Vermont c'è anche l'inverno e J.C si ritrova sepolta sotto metri di neve, in una casa mezza scassata dove l'acqua e il riscaldamento funzionano a singhiozzo.
J.C. ha momenti di sconforto ma, per passare il tempo, cucina dosi industriali di marmellata e sarà proprio questo cibo che le farà riprendere le redini della sua carriera, ma stavolta sarà lei a dettare le regole.

E questa, tra l'altro, è una cosa che di questi tempi si vede parecchio. Oggigiorno ci sono molte persone, tra cui parecchie donne, che si mettono in proprio e creano, cuciono, plasmano, stampano e grazie alla rete vendono.

Diane Keaton nel ruolo di J.C. è molto divertente. Quel suo modo nervosetto di recitare, qui ci sta molto bene e Sam Shepard, tranquillo e rassicurante, le fa da perfetto contraltare. Come in tutte le storie d'amore cinematografiche che si rispettino, J.C. all'inizio fa la ritrosa, gli dice di essere una fredda donna in carriera, non come le svenevoli ragazzette che non sanno resistere al fascino del dottor Charm. Poi però deciderà se cedere o meno al sex appeal del veterinario.

Ho scoperto di recente che le gemelle attrici che interpretano la bambina sono ora due belle ragazze che fanno le insegnanti. Devo dire che la cosa mi ha dato sollievo e sono contenta che non siano diventate delle aspiranti pseudodivette chirurgicamente alterate.

Vi lascio con l'immagine di Diane e Sam danzanti.