venerdì 30 giugno 2017

Apparizione inaspettata

Ieri sera avevo la tv accesa e sintonizzata su Rai Movie. Stavano dando Mai dire mai, un film del 1983 che vede il ritorno di Sean Connery nei panni di James Bond, a 12 anni di distanza dall'ultima volta che aveva interpretato questo ruolo e quando ormai era Roger Moore il Bond del momento.

Ebbene, non ho mai visto questo film se non per qualche fotogramma qua e là e ieri sera non è stato diverso. Armeggiavo con degli oggetti che avevo sul tavolo e ogni tanto occhieggiavo lo schermo.

In una scena c'era Sean Connery con una salopette in jeans, con niente sotto, che gli stava appena un po' meglio del costume rosso di Zardoz - e no, non ci metto la foto. Mi rifuto.

In un'altra scena, Bond stava chiudendo una porta in faccia a uno squalo. Lo squalo voleva entrare ma Bond gli ha chiuso la porta sul muso.

In una terza scena Bond stava parlando con un informatore. Guardo lo schermo e da chi era interpretato l'informatore? Nientemeno che da Rowan Atkinson che con modi di fare piuttosto beaneschi gli stava dicendo quello che aveva scoperto su un certo membro della SPECTRE.

Ecco il nostro informatore, di bianco vestito

Quando Bond gli dice di sfruttare la copertura naturale, inform-bean non
trova niente di meglio che nascondersi dietro una colonna

Sarà da questa comparsata che a Rowan è venuta l'idea di creare, anni dopo, il personaggio di Johnny English? Mi pare si sia un po' fissato con sta cosa. Il primo film era divertente, mentre il secondo molto meno. Ho letto che è previsto un terzo episodio. Speriamo bene.

Se già in con Sean Connery l'accoppiata era improbabile, in un Bond con Daniel Craig sarebbe improponibile.

My name is Bean, Teddy Bean

martedì 27 giugno 2017

Conspiracy - La cospirazione

Anonima locandina, sarà un indizio
della qualità del film?
Già con il titolo partiamo male. I titoli doppi mi fanno venire l'orticaria. Così simili, poi. Non ci vuole mica un corso advanced di inglese per capire cosa vuol dire "conspiracy". No, ci voleva la traduzione, casomai qualcuno proprio non riuscisse ad afferrarne il significato.

Forse gli arguti titolatori volevano evitare confusioni con l'omonimo Conspiracy del 2008?

Quindi il sottotitolo è lì per dissipare qualsivoglia equivoco. Ma che astuti questi titolatori!

Se solo il film, in originale, si fosse intitolato Conspiracy. Invece no. Il titolo originale è Misconduct.

Me li sto immaginando, questi ineffabili titolatori, alle prese con l'arduo compito di decidere con quale nome il film dovrà andare nelle sale. Essi stanno sudando sette camicie, sono quasi nel panico, con una mano tra i capelli e l'altra che sfoglia nervosamente dizionari italiani e inglesi.
- "Come lo intitoliamo questo film? Lasciamo Misconduct? È in inglese, fa figo"
- "Mah, non so, non mi convince..come si pronuncia? Il pubblico non lo saprà pronunciare. Traduciamolo."
- "Bene. Misconduct vuol dire 'cattiva condotta'. Mi pare vada bene"
- "Controllo. No, c'è già. È un film del 1993 con Naomi Watts"
- "Ma checcefrega, lo avranno visto in tre! Intitoliamolo 'Cattiva condotta'"  
- "Non se ne parla, voglio essere originale, voglio un titolo nuovo"
- "Cambiamolo un po': Condotta indecente"
- "C'è già, è sempre del '93. L'avrà visto solo il regista, ma c'è già"
 - "Usiamo dei sinonimi: Comportamento malvagio"
- "No, troppo aulico" 
- "Che palle, ma di cosa parla 'sto film?"
- "Di un avvocato che entra in possesso di informazioni con le quali vuole incastrare un magnate del farmaco, però salta fuori che forse qualcuno voleva che l'avvocato avesse quelle informazioni"
- "Ah, una specie di cospirazione...Bello, bello, chiamiamolo così: 'La cospirazione'. Non ce ne sarà mica già un altro, di film, che si chiama così?"
- "Ci sarebbe solo The Constant Gardener che ha come sottotitolo La cospirazione"
- "Hmm, però in effetti, in italiano forse non rende tanto..se usassimo l'inglese: Conspiracy, senti come suona bene, è anche facile da pronunciare. Meglio dell'originale. Tiè"
- "Non vorrei deluderti ma ci sono già due film con questo titolo. Uno del 2001 e un altro del 2008. Per non parlare di The Conspiracy del 2012"
- "E come si distinguono quello del 2001 e quello del 2008?"
- "Uno c'ha il sottotitolo"
- "Mettiamocelo anche noi, no? Mettiamo Conspiracy - Cattiva condotta"
- "Ancora con 'sta condotta? None, che mi sembra di stare a scuola. Tanto vale che mettiamo 7 in condotta, visto che è così cattiva"
- "Oddio, già una fatica per mettere il titolo, mo' pure il sottotitolo. Me sta' a scoppia' 'a testa."
- "Anche a me, guarda mi verrebbe voglia di chiamarlo Conspiracy - L'unico film con Anthony Hopkins e Al Pacino"
- "Troppo lungo"
- "Stavo a scherza'" 
- "Senti, non mi viene in mente niente. Guarda facciamo così: Conspiracy - La cospirazione: è in inglese, è in italiano, è facile, chiaro, unico..ecché vogliamo di più?"

Ecco, magari un titolo meno cretino, ecco cosa vorremmo di più.
E anche un film più decente, avremmo gradito. Perché, lo dico subito, questo è un film con ben poco senso e quel poco di logico che c'è viene narrato in una maniera alquanto confusionaria.

La storia racconta di questo avvocato che viene invitato da una ex-fidanzata a bere un drink. Questa ex, per convincere l'avvocato a seguirla nel di lei appartamento, invece di tirare fuori la classica scusa della collezione di farfalle, gli dice di possedere dei dati compromettenti riguardanti il suo attuale fidanzato, un magnate dell'industria farmaceutica.

Lui, tutto preso dalla possibilità di mettere le zampe su queste informazioni, la segue. Una volta nell'appartamento, lei cerca di dirottare la conversazione sulla sua biancheria intima, mettendola in bella mostra, ma lui si ricorda di essere sposato per cui prende i dati e se ne va.

A questo punto, lui va dal suo capo e gli dice che metterà in piedi una causa colossale, che seguirà personalmente. Insomma, il protagonista si vede già nell'olimpo degli avvocati, a bere nettare di diritto penale mentre, in sottofondo, si sente un soave tamburellare di martelletti. Un momento, nella scena è prevista anche una cascata di dollaroni luccicanti.

Alla ex è andata male, forse pensa
che la prossima volta metterà
un altro reggiseno
Ora, anche se volessi proseguire con la narrazione senza preoccuparmi di possibili spoiler, farei molta, ma molta fatica e non riuscirei comunque a dare un senso agli eventi. Tra rapimenti veri e finti, decessi più o meno accidentali, killer in moto che passano il tempo a rombare e a cercare di far fuori mezzo cast (senza peraltro riuscirci) e colpi di scena da latte alle ginocchia, veramente non saprei cosa salvare di questo film.
Anthony Hopkins appare sì e no in tre scene, facendo la solita parte del pezzo grosso che l'ha fatta grossa.
Al Pacino anche lui si mostra col contagocce e fa il solito ruolo di quello che la sa lunga e dispensa consigli ai pigmei che non sono alla sua altezza.
Praticamente nel trailer ci sono tutte le loro scene.
C'è persino Julia Styles - anche lei per pochi minuti - che tira fuori il suo lato da scaricatrice di porto.

L'attore che tiene su la baracca (e fa i salti mortali per farlo) è quello che interpreta l'avvocato: una faccia da TV movie che non finisce più. Pare essere famoso per la serie dei film Transformers. Fa curriculum? Bah, fate voi.
Poi ci sono la bellona e l'attore che fa il killer e che sembra parecchio noto in Sud Corea.

Una menzione a parte per l'attrice che interpreta la moglie dell'avvocato. Non so se definire la sua recitazione legnosa o marmorea. Di seguito una carrellata delle sue espressioni.

Qua sospetta che il marito abbia un'amante

Qua mentre dice al marito qualcosa di inaspettato

La sua reazione quando il marito le dice di essere nei casini

Accoglie il marito che torna a casa puzzando di vodka

Qua mentre si appresta a fare qualcosa di vietatissimo

Bene, chissà se dopo questo post vi siete convinti a vedere questo gran filmone. Se lo farete, non dimenticatevi di spiegarmelo.

lunedì 12 giugno 2017

Nebraska

Siamo a Billings nello stato del Montana. Un uomo anziano, affetto da una certa confusione senile, riceve una lettera dove c'è scritto che ha vinto un milione di dollari e che per ritirare i soldi deve andare a Lincoln, la capitale del Nebraska. Il vecchio non capisce che la lettera è solo una becera pubblicità e "fugge" ripetutamente di casa per tentare di andare a prendersi i soldi. Il fatto che Lincoln sia distante più di mille chilometri non lo turba minimamente e, anzi, ha tutte le intenzioni di farsela a piedi.

La moglie è incavolata come una biscia perché si deve occupare di questo marito che, tra le altre cose, si è fissato con questa storia del milione e a tutte le ore prende, parte, si perde per le strade e deve poi venire recuperato nelle stazioni di polizia.

Questa moglie cerca di convincere i due figli a ricoverare il loro padre in una casa di riposo. Uno dei figli sarebbe anche d'accordo mentre l'altro, che sta vivendo una sua crisi personale, capisce che il padre, con questa storia dei soldi, sta manifestando una scintilla di vita in quella che è un'esistenza piuttosto piatta e decide di prendere ferie dal lavoro per poterlo accompagnare in Nebraska.

Lungo la strada, padre e figlio si fermano nella città natale del vecchio, presso alcuni parenti che iniziano a comportarsi come melliflui avvoltoi non appena fiutano odore di soldi (già perché il vecchio nella sua ingenuità spiffera ai quattro venti la faccenda della vincita).

Come andrà a finire il viaggio di famiglia? Qualcuno vincerà qualcosa? Agli spettatori il piacere di scoprirlo.

Ci sono un sacco di film del tipo "slice of life" dove i personaggi, di solito uno o due, vengono mostrati in un periodo di crisi più o meno esistenziale da cui si tirano fuori facendo le cose più varie. Esempi di questo genere potrebbero essere "Imogene - Le disavventure di una newyorkese" con Kristen Wiig, o "The Meddler" con Susan Sarandon. Codesti film sono più o meno gradevoli ma, dopo che li ho finiti di guardare, spesso penso: "cosa mi rimane?"
La maggior parte delle volte la risposta è: "poco e niente".

Invece "Nebraska" mi ha fatto riflettere su diverse cose. Il regista Alexander Payne ha scelto uno stile molto realistico per cui i personaggi, con i loro gesti, dialoghi e silenzi, sono incredibilmente vivi e veri. Attenzione, con questo non voglio dire che il film abbia uno stile da documentario, con tanto di telecamera traballante, inquadrature discutibili o parolacce bippate. Niente di tutto questo, qui ci sono riprese curate, una bella fotografia (non patinata), una bella colonna sonora di ispirazione country con qualche brano avente una reminiscenza messicana dovuta all'utilizzo di strumenti a fiato.

L'effetto realistico di questa pellicola è dato dal fatto che nulla sembra essere lì per venire filmato. Niente dialoghi a effetto o vezzi attoriali a beneficio della macchina da presa. Ed è perciò che da questi personaggi così veritieri emergono dei caratteri universali che con le loro tragedie personali parlano direttamente allo spettatore.

Si riesce bene a comprendere il personaggio della moglie del vecchio: è una rompiballe ma si è occupata praticamente da sola della famiglia perché il marito non è riuscito a superare i suoi traumi personali e si è rifugiato nel suo mondo, in compagnia della bottiglia. Lei è inoltre frustrata per essere considerata una rompiballe e sente di non essere apprezzata per quello che ha fatto. Dice al figlio:"Tu e tuo fratello vi preoccupate sempre per vostro padre. E io? Perchè non portate me a trovare mia sorella?"

Non so perché continuo a trovare
somiglianze dappertutto: Will Forte,
nel ruolo del figlio accompagnatore,
in questo film mi sembra il tennista
Roger Federer
D'altronde lei e il marito sembrano essersi sposati più per convenzione che per convinzione e si sa che spesso le cose fatte soprattutto per soddisfare i desideri esterni e non quelli personali portano con sè un carico di tristezza, di rabbia e di altri sentimenti negativi assortiti. Il figlio cerca faticosamente di far breccia nel muro di incomunicabilità che c'è tra lui e il padre - tipico muro che c'è assai spesso tra parenti stretti - e non si capacita di come il vecchio ci abbia messo ben poco pensiero nel matrimonio e nel concepimento dei figli. No anzi, è forse proprio nel concepimento che ci ha messo l'unico pensiero.

Nel film si vede poi una varia umanità che passa il tempo con una birra in mano a intontirsi davanti alla tv (e si potrebbe estendere il concetto a uno schermo in generale). Le uniche cose che paiono scuotere leggermente i neuroni di queste persone sembrano essere i discorsi sulle macchine. I discorsi sui soldi agitano i loro neuroni con un po' più di forza, a dire il vero.

E in tutto questo emerge la figura del vecchio, al tramonto di una vita non soddisfacente, quasi sul ciglio della porta della casa di riposo, perché "è meglio per lui", come dice uno dei figli. Ecco, se c'è un fatto di cui si può stare sicuri nella maggior parte dei casi è che l'ospizio non è la cosa migliore per chi ci deve andare. Certo, non è facile occuparsi di un anziano e per poterlo fare bisogna avere la possibilità ma anche la voglia di mettere da parte alcune cose della propria vita. Nel film, il figlio che caldeggia per la casa di riposo è un presentatore tv di un certo successo.

Faccenda della casa di riposo a parte, il vecchio ha un modo di fare che non suscita particolare simpatia. È cocciuto e burbero eppure quella sua ostinazione a me ha fatto provare compassione ed empatia. Perché il vecchio vuole a tutti i costi comprarsi un furgone anche se non potrà guidarlo? Perché vuole comprarsi un compressore in sostituzione di uno che gli era stato sottratto decenni addietro anche se non lo utilizzerà mai? Credo che ci siano situazioni nella vita in cui ci si aggrappa irrazionalmente e in maniera apparentemente ingiustificata a qualcosa, ma quel qualcosa rappresenta forse l'unica possibilità di riscatto in quel momento. Una certa cosa può essere irrilevante in alcuni momenti della vita, ma di importanza capitale in altri. E il figlio accompagnatore lo capisce, anche se magari non sa cosa esattamente passi per la testa al padre - a questo padre di cui in fondo sa poco e che cerca di conoscere anche mettendo insieme i racconti di chi lo ha conosciuto in passato.

Il film è in bianco e nero ma io lo definirei piuttosto "a scala di grigi". Secondo me, le immagini prive di colore sottolineano lo stato d'animo dei protagonisti che stanno vivendo senza entusiasmo e sono permeati di una sorta di malinconica tristezza. Eppure c'è un tocco quasi favolistico nel finale, come a dire che forse l'amore è proprio la chiave di tutto, la forza che - senza retorica - è davvero in grado di fare la differenza.