lunedì 12 giugno 2017

Nebraska

Siamo a Billings nello stato del Montana. Un uomo anziano, affetto da una certa confusione senile, riceve una lettera dove c'è scritto che ha vinto un milione di dollari e che per ritirare i soldi deve andare a Lincoln, la capitale del Nebraska. Il vecchio non capisce che la lettera è solo una becera pubblicità e "fugge" ripetutamente di casa per tentare di andare a prendersi i soldi. Il fatto che Lincoln sia distante più di mille chilometri non lo turba minimamente e, anzi, ha tutte le intenzioni di farsela a piedi.

La moglie è incavolata come una biscia perché si deve occupare di questo marito che, tra le altre cose, si è fissato con questa storia del milione e a tutte le ore prende, parte, si perde per le strade e deve poi venire recuperato nelle stazioni di polizia.

Questa moglie cerca di convincere i due figli a ricoverare il loro padre in una casa di riposo. Uno dei figli sarebbe anche d'accordo mentre l'altro, che sta vivendo una sua crisi personale, capisce che il padre, con questa storia dei soldi, sta manifestando una scintilla di vita in quella che è un'esistenza piuttosto piatta e decide di prendere ferie dal lavoro per poterlo accompagnare in Nebraska.

Lungo la strada, padre e figlio si fermano nella città natale del vecchio, presso alcuni parenti che iniziano a comportarsi come melliflui avvoltoi non appena fiutano odore di soldi (già perché il vecchio nella sua ingenuità spiffera ai quattro venti la faccenda della vincita).

Come andrà a finire il viaggio di famiglia? Qualcuno vincerà qualcosa? Agli spettatori il piacere di scoprirlo.

Ci sono un sacco di film del tipo "slice of life" dove i personaggi, di solito uno o due, vengono mostrati in un periodo di crisi più o meno esistenziale da cui si tirano fuori facendo le cose più varie. Esempi di questo genere potrebbero essere "Imogene - Le disavventure di una newyorkese" con Kristen Wiig, o "The Meddler" con Susan Sarandon. Codesti film sono più o meno gradevoli ma, dopo che li ho finiti di guardare, spesso penso: "cosa mi rimane?"
La maggior parte delle volte la risposta è: "poco e niente".

Invece "Nebraska" mi ha fatto riflettere su diverse cose. Il regista Alexander Payne ha scelto uno stile molto realistico per cui i personaggi, con i loro gesti, dialoghi e silenzi, sono incredibilmente vivi e veri. Attenzione, con questo non voglio dire che il film abbia uno stile da documentario, con tanto di telecamera traballante, inquadrature discutibili o parolacce bippate. Niente di tutto questo, qui ci sono riprese curate, una bella fotografia (non patinata), una bella colonna sonora di ispirazione country con qualche brano avente una reminiscenza messicana dovuta all'utilizzo di strumenti a fiato.

L'effetto realistico di questa pellicola è dato dal fatto che nulla sembra essere lì per venire filmato. Niente dialoghi a effetto o vezzi attoriali a beneficio della macchina da presa. Ed è perciò che da questi personaggi così veritieri emergono dei caratteri universali che con le loro tragedie personali parlano direttamente allo spettatore.

Si riesce bene a comprendere il personaggio della moglie del vecchio: è una rompiballe ma si è occupata praticamente da sola della famiglia perché il marito non è riuscito a superare i suoi traumi personali e si è rifugiato nel suo mondo, in compagnia della bottiglia. Lei è inoltre frustrata per essere considerata una rompiballe e sente di non essere apprezzata per quello che ha fatto. Dice al figlio:"Tu e tuo fratello vi preoccupate sempre per vostro padre. E io? Perchè non portate me a trovare mia sorella?"


Non so perché continuo a trovare
somiglianze dappertutto: Will Forte,
nel ruolo del figlio accompagnatore,
in questo film mi sembra il tennista
Roger Federer
D'altronde lei e il marito sembrano essersi sposati più per convenzione che per convinzione e si sa che spesso le cose fatte soprattutto per soddisfare i desideri esterni e non quelli personali portano con sè un carico di tristezza, di rabbia e di altri sentimenti negativi assortiti. Il figlio cerca faticosamente di far breccia nel muro di incomunicabilità che c'è tra lui e il padre - tipico muro che c'è assai spesso tra parenti stretti - e non si capacita di come il vecchio ci abbia messo ben poco pensiero nel matrimonio e nel concepimento dei figli. No anzi, è forse proprio nel concepimento che ci ha messo l'unico pensiero.

Nel film si vede poi una varia umanità che passa il tempo con una birra in mano a intontirsi davanti alla tv (e si potrebbe estendere il concetto a uno schermo in generale). Le uniche cose che paiono scuotere leggermente i neuroni di queste persone sembrano essere i discorsi sulle macchine. I discorsi sui soldi agitano i loro neuroni con un po' più di forza, a dire il vero.

E in tutto questo emerge la figura del vecchio, al tramonto di una vita non soddisfacente, quasi sul ciglio della porta della casa di riposo, perché "è meglio per lui", come dice uno dei figli. Ecco, se c'è un fatto di cui si può stare sicuri nella maggior parte dei casi è che l'ospizio non è la cosa migliore per chi ci deve andare. Certo, non è facile occuparsi di un anziano e per poterlo fare bisogna avere la possibilità ma anche la voglia di mettere da parte alcune cose della propria vita. Nel film, il figlio che caldeggia per la casa di riposo è un presentatore tv di un certo successo.

Faccenda della casa di riposo a parte, il vecchio ha un modo di fare che non suscita particolare simpatia. È cocciuto e burbero eppure quella sua ostinazione a me ha fatto provare compassione ed empatia. Perché il vecchio vuole a tutti i costi comprarsi un furgone anche se non potrà guidarlo? Perché vuole comprarsi un compressore in sostituzione di uno che gli era stato sottratto decenni addietro anche se non lo utilizzerà mai? Credo che ci siano situazioni nella vita in cui ci si aggrappa irrazionalmente e in maniera apparentemente ingiustificata a qualcosa, ma quel qualcosa rappresenta forse l'unica possibilità di riscatto in quel momento. Una certa cosa può essere irrilevante in alcuni momenti della vita, ma di importanza capitale in altri. E il figlio accompagnatore lo capisce, anche se magari non sa cosa esattamente passi per la testa al padre - a questo padre di cui in fondo sa poco e che cerca di conoscere anche mettendo insieme i racconti di chi lo ha conosciuto in passato.

Il film è in bianco e nero ma io lo definirei piuttosto "a scala di grigi". Secondo me, le immagini prive di colore sottolineano lo stato d'animo dei protagonisti che stanno vivendo senza entusiasmo e sono permeati di una sorta di malinconica tristezza. Eppure c'è un tocco quasi favolistico nel finale, come a dire che forse l'amore è proprio la chiave di tutto, la forza che - senza retorica - è davvero in grado di fare la differenza.

4 commenti:

  1. Quanti ne vedi!Ottimi. Leggimi su nuccioracconta.wordpress.com Grazie

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    1. Ciao Nuccio, beh insomma, non è che ne veda poi così tanti di film, infatti la mia frequenza di scrittura non è alta.
      Verrò a leggerti senz'altro

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  2. Sembra un film davvero interessante.
    Credo che lo guarderò. :)

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    1. Ciao Chiara, grazie per la visita. Sì, credo che il film meriti di essere visto. A me è piaciuto il modo per nulla retorico né enfatico di parlare di sentimenti.

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