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domenica 20 dicembre 2020

CineAvventario #20

Oggi siamo rilassati e low key.



Il 20 dicembre 1915, le ultime truppe dei corpi armati dell'ANZAC (dell'esercito australiano e neozelandese) vengono evacuate da Gallipoli, dove si era svolta una sanguinossima battaglia tra le truppe degli eserciti alleati e l'impero ottomano (alleato della Germania), per il controllo dello stretto dei Dardanelli.

L'australiano Peter Weir firma "Gli anni spezzati" (il titolo originale è proprio "Gallipoli"), del 1981, e racconta la storia di due giovani australiani: l'idealista Archy e il cinico Frank che si arruolano nell'esercito australiano e vanno poi a combattere nella terribile battaglia dove non ci sarà un lieto fine.

Film molto bello e duro sull'assurdità e l'orrore della guerra, ma è anche un film di amicizia e crescita. Un film di avventure, di stupendi spazi aperti e belle speranze, ma purtroppo anche di belle speranze infrante. Probabilmente è proprio la positiva parte iniziale che aumenta dolorosamente la tragedia della seconda parte.

Peter Weir ha avuto difficoltà nel trovare finanziamenti per il film dato che l'agenzia cinematografica governativa non voleva cacciare fuori il grano perché riteneva che il film non fosse abbastanza commerciale. Allora Weir si è arrangiato diversamente e alla produzione ci si è messo pure Rupert Murdoch. Il film ha poi avuto successo assai in Australia, ma meno all'estero, ma ha vinto diversi premi e ha sicuramente contribuito a far accrescere l'interesse per la cinematografia australiana e a lanciare internazionalmente Mel Gibson, qui nel ruolo di Frank.

Buona domenica, cari lettori!

giovedì 17 gennaio 2019

New York, anni '80, due attori famosi...

Dunque, c'è questo film che ho visto più volte nel corso degli anni, sempre con piacere.
Sto parlando di Innamorarsi, film del 1984 con Robert De Niro e Meryl Streep, entrambi all'epoca poco più che ragazzi.

La storia parla di questi due personaggi, un uomo e una donna entrambi serenamente sposati (non fra di loro), che si incontrano poco prima di Natale nell'affollata libreria Rizzoli di New York. Più che incontrarsi, si scontrano e, nel turbinio di pacchetti che ne consegue, va a finire che prendono inavvertitamente l'uno il pacchetto dell'altra, per cui la moglie di lui si becca come regalo di Natale un libro di barche, mentre il marito di lei riceve un libro sui giardini.

Si può sempre fare una nave-giardino

Dopo qualche mese, i due si ri-incontrano in treno e nel giro di breve tempo scocca la scintilla e l'amore, ma la relazione dura poco perché lei non riesce a superare i sensi di colpa nei confronti del marito. Ma forse non è detta l'ultima parola...

Come scrivevo all'inizio, ho visto il film più volte, ma è solo dopo l'ultima volta, poco tempo fa, che mi sono chiesta: ma perché questo film lo guardo piacevolmente?
Se ci penso mi pare di non riuscire a trovare elementi particolarmente degni di nota. Il film sembra veramente fatto di niente, la storia è evanescente e quasi eterea, del tutto minimale.

I personaggi sono praticamente solo l'uomo e la donna visto che i pochi altri attori che appaiono sembrano poco più che comparse (tra di essi Harvey Keitel e Dianne Wiest). Gli stessi due personaggi principali non sono particolarmente definiti, non hanno caratteristiche peculiari, sono semplicemente due persone qualsiasi.

I dialoghi sono relativamente pochi, recitati spesso in maniera esitante, timida. Sembra che siano più le cose che i personaggi vorrebbero dire che non quelle che dicono davvero. I due innamorati faticano a comunicare, fanno parecchie pause nei loro discorsi. Ci sono un paio di scene dove lo spettatore non sente i dialoghi, ma vede De Niro parlare animatamente e la Streep ridere divertita altrettanto animatamente. Cosa si diranno, visto che quando li si sente parlare, bisogna tirare loro fuori le parole con le tenaglie?

Inoltre, la Streep stessa, a pensarci bene, non sembra essere così presa da De Niro. Forse perché il ruolo richiede una interpretazione trattenuta per via del senso di colpa del personaggio, eppure lei mi sembra un po' troppo a disagio, anche tenendo conto di questa motivazione. Ma forse è una mia impressione. Comunque menomale che De Niro non fa le sue tipiche facce deniresche di cui in altri film, soprattutto successivi, ha spesso abusato e la sua interpretazione mi sembra misurata al punto giusto.

E quindi, in cosa risiede questo strano fascino che il film esercita su di me? Per quale motivo questo non è uno di quei film che guardi e dici:"OK, carino" e che al passaggio TV successivo però eviti di guardare? (Ovviamente parlo per me)

Ci ho pensato e mi sono resa conto che questo film mi fa un po' l'effetto di certi quadri di Edward Hopper, tipo questi:

"Chair Car" - 1965

"New York Office" - 1962

"Sunlight in a cafeteria" - 1958

"Portrait of Orleans" - 1950

"Lombard's House" - 1931

Quadri come questi mi ipnotizzano e mi ritrovo a far vagare lo sguardo su ogni dettaglio, sui tagli di luce, sulle persiane semiabbassate delle finestre. Mi chiedo chi siano queste persone, persone comuni, che stanno svolgendo attività forse abituali, forse occasionali. A cosa stanno pensando? Dove andranno una volta uscite dal quadro?

E anche quando le persone sono minuscole o non ci sono, sto lì, come una fessa, a guardare le case, le ombre, gli steccati e a far vagare i pensieri su quello che vedo rappresentato e su quello che invece non è dipinto.

L'ultimo quadro, quello con la casa, ce lo avevo su un calendario e non so quante volte mi son trovata a fissarlo e addirittura c'è una via della mia città a cui lo associo, ma non so bene perché! Di certo non c'è una casa così e con l'urbanizzazione massiccia che avanza come un mostro, in quella via ora non c'è più nemmeno quel tipo di periferia, con poche case basse, giardino e prati dietro. Eppure quel tipo di luce e atmosfera...

Ma sto divagando e ora vedo di ritornare in carreggiata. Il film Innamorarsi mi fa un effetto simile a questi dipinti perché è realizzato in modo da far immaginare molto di più rispetto a quello che si vede. I personaggi sono come quelli dei quadri, si sa poco di loro e le cose che dicono sono molte meno di quelle che vorrebbero dire.

Anche gli ambienti sono filmati in modo affascinante, come per invitare lo spettatore a prestare attenzione e tentare di cogliere qualche dettaglio in più sui personaggi e il loro mondo.



Insomma, penso che al prossimo passaggio televisivo me lo riguarderò e di certo troverò altri dettagli che nelle precedenti visioni non avevo notato.

E anche per oggi è tutto, gente!

Attenzione! La visione di questo film è sconsigliata se prediligete opere dal ritmo movimentato.
Se siete uomini e prediligete opere dal ritmo movimentato, è consigliabile guardare questo film solo accompagnati da donne su cui volete fare colpo dimostrando che anche voi siete sensibili.

lunedì 7 gennaio 2019

Due approcci disinvolti al pilotaggio (breve post di inizio anno)

Di recente ho rivisto Il grande dittatore, film di Chaplin in cui i molti momenti comici non coprono l'amarezza legata al tema drammatico della persecuzione ebraica a cui la pellicola fa riferimento.

Mi sembra che la gran parte delle sequenze divertenti siano quelle in cui vengono mostrate le personalità egocentriche, infantili, insicure e vanitose dei due dittatori.

Era un po' che non vedevo il film e mi ricordavo che il personaggio ispirato al duce si chiamava di cognome Napaloni, ma mi ero dimenticata che di nome faceva Benzino! :D

I due dittatori non riescono a coordinarsi nel saluto

Quasi tutta la storia del film si svolge nel periodo tra le due guerre, ma nella parte iniziale ci sono alcune scene che hanno luogo durante la Grande Guerra, proprio sul campo di battaglia, dove si vedono le scarse attitudini belliche del personaggio del barbiere ebreo impersonato da Chaplin.

Il barbiere è molto simile nelle movenze al personaggio del Vagabondo, per cui la sua goffaggine lo porta a combinare una serie di potenziali disastri. Prima gli scivola nella manica della giacca una bomba a mano innescata, poi fa acrobazie pazzesche con un cannone rischiando di disintegrare la sua truppa e infine si perde nella nebbia ritrovandosi a marciare fianco a fianco al nemico. Sono scene visivamente molto divertenti.

A un certo punto, mentre si appresta a difendere una postazione, sente chiamare aiuto. È un pilota alleato che giace a terra ferito e ha bisogno di assistenza per salire sul suo aereo. Il barbiere lo solleva di peso e lo mette sul velivolo, ma il pilota dice che da solo non ce la fa e gli chiede:"Sai pilotare un aereo?"
Il barbiere monta su e con un sorriso smagliante gli dice:

"POSSO PROVARE!"

Nessun dubbio, nessuna ansia, solo:"Posso provare"! Un grande.

Questa scena mi ha ricordato tantissimo quella che vede protagonista un altro grande personaggione del cinema: Indiana Jones, che nel secondo episodio della serie si ritrova a sovrastare la catena himalayana su un aereo da cui i malvagi piloti si sono lanciati lasciando sull'aereo meno paracadute di quelli che servirebbero.

La partner di Indy in quel film è la bionda e ansiosa Willie che gli chiede:"Lei sa pilotare un aereo, vero?"
E il grande Indy non risparmia un sorriso dei suoi e con una certa nonchalance risponde:

"No, e lei?"

E perfino aggiunge qualcosa del tipo:"E che ci vorrà mai?" Mitico.

Beh, so bene che queste due scene sono fatte per far ridere, ma io ci voglio dare una mia personalissima interpretazione e anche una specie di augurio per l'anno nuovo.
Tante volte ci si fa un sacco di paturnie e ci si lascia spaventare e bloccare dalle difficoltà per poi scoprire che è molto meglio prendere il toro per le corna, anzi l'aereo per la cloche: con un po' di determinazione le cose spesso vanno per il meglio e magari si scopre che ci si faceva più problemi di quelli che c'erano in realtà.
Quindi, per quest'anno auguro a tutti un po' di sana incoscienza che ci permetta di fare le cose che fino a ora abbiamo ritenuto troppo difficili.
Audentes fortuna iuvat.

(Nei film ha funzionato :D)

giovedì 20 dicembre 2018

Calendario natalizio #20

"Ma che fai tu a Natale?",
dice al grande biondo il moro
"Che ne ci dici se noi due
ci mangiassimo un pandoro?"


"Cierto, vieni a casa mia,
porta pure anche i guantoni"
,
dice il biondo e poi aggiunge
"Spiezzeremo un due torroni!"

"Ma prima del gran giorno,
non avresti una casetta
per poter giocare a scacchi
e allenarmi con l'accetta?"


"Ma cierto, caro Rocco
ti do anche un bel colbacco
poi passeggi tra le nevi
e spiezzi ghiaccio con il tacco

Piacerebbe pure a me
fare un po' il boscaiuolo
ma mia muoglie mi controlla,
con lo sguardo da ghiacciuolo"


"Sempre al chiuso, in palestra,
non ti invidio, caro Drago,
dalle cime griderò
ma tu invece molla l'ago!" 


"Hai ragione, sai che faccio?
Mollo tutto e vengo lì,
e insieme ci scoliamo
un bel po' di genepì

Stufo son di far flessioni
e di correre per miglia
resteremo in quella isba
fino alla fine della bottiglia!"



UPDATE: e se volete leggere una recensione seria su questo film passate pure da Cassidy

mercoledì 5 dicembre 2018

Calendario natalizio #5

Oggi ricordiamo un grande classico, un film che tutti hanno certamente visto perché trasmesso con regolarità nel periodo festivo.
Un film ispirato a un'altra famosissima opera natalizia. Di quale pellicola sto parlando?

Il celeberrimo S.O.S Fantasmi, ovviamente!
Il titolo originale è Scrooged, con riferimento all'Ebenezer della storia dickensiana che il film rilegge in chiave moderna. Riesce un po' difficile fare una traduzione in italiano mantenendo quel riferimento, per cui quale migliore occasione per cambiare il titolo in modo da richiamare Ghostbusters di cui Murray era stato lo strepitoso protagonista?

Ma con che titolo è conosciuto questo film in altri paesi? (Avviso subito che mi sono servita di Google Translate per le traduzioni, con qualche aggiustamento da parte mia, per cui i titoli seguenti potrebbero non essere tradotti esattamente).
- In tedesco è conosciuto come Die Geister, die ich rief … (I fantasmi che ho chiamato...)
- In francese abbiamo Fantômes en fête (Fantasmi in festa)
- In giapponese 3人のゴースト (3 fantasmi)
- In russo Новая рождественская сказка (Nuovo racconto di Natale)
- In svedese Spökenas hämnd (La vendetta dei fantasmi)
- In ungherese Szellemes karácsony (Natale spiritoso)
- In rumeno Poveste trăsnită de Crăciun (Folle storia di Natale)
- In spagnolo Los fantasmas atacan al jefe (I fantasmi attaccano il capo)
- In croato Božićni duhovi (Spiriti natalizi)
- In norvegese Skrudd ma non sono in grado di tradurlo
- In polacco Wigilijny show (Lo spettacolo della vigilia di Natale)
- In cinese 回到過去 (Ritorno al passato)
- In kirghiso Сараң бай (Il miserabile ricco [o avaro])

martedì 7 agosto 2018

Qualcosa di sinistro sta per accadere

Qualche tempo fa, sul blog del vulcanico MikiMoz, ho letto un suo articolo su una serie tv di paura per ragazzi. Quel post mi ha fatto tornare alla memoria un film, che dovrebbe ricadere appunto in quel genere, e che ho visto da adolescente, diversi anni fa. Il film in sé, a dire il vero, non mi aveva lasciato una grande impressione, ma il titolo esercitava su di me uno strano fascino e mi ricordo che lo scrivevo più e più volte sul diario scolastico.

Qualcosa di sinistro sta per accadere. Non è un titolo che vi fa subito avere un guizzo di improvvisa tensione e curiosità? Per non parlare del titolo originale Something Wicked This Way Comes che ha davvero un ritmo poetico, con questo verbo messo alla fine. E infatti è un pezzo di un verso di Shakespeare che per intero recita:
By the pricking of my thumbs,
Something wicked this way comes
Credo che sia un verso ben conosciuto nel mondo anglosassone. Mi ricordo, infatti, che c'è un giallo di Agatha Christie il cui titolo originale è proprio By the pricking of my thumbs (Sento i pollici che prudono).

La storia del film si svolge in una tranquilla cittadina della provincia americana dove, pochi giorni prima di Halloween, arriva uno strano luna park gestito dal misterioso signor Dark. Due ragazzini, insieme al padre di uno di loro, scoprono che nel luna park è possibile realizzare i propri desideri più profondi, ma ovviamente il prezzo da pagare è altissimo e lo sanno bene i fenomeni viventi che si esibiscono tra i tendoni.

Dopo molti anni, ho deciso di riguardare questo film e mi sa che ho capito il motivo per cui la prima visione non mi aveva lasciato quasi nessun segno. Il film non è brutto ma non si distingue in maniera particolare. Sembra un prodotto che potrebbe interessare forse i ragazzi, ma meno gli adulti. Intendiamoci, stiamo parlando di una produzione Disney, per cui il target è sicuramente giovanile, ma ci sono parecchi film Disney - e non solo - godibili a qualsiasi età. A quanto pare, la Disney voleva realizzare un prodotto un po' più adulto del solito, ovviamente senza esagerare e credo che non si sia trovato un equilibrio soddisfacente tra l'aspetto pauroso e quello "non troppo pauroso". Il finale, poi, un po' confuso e buttato lì, poteva anche essere un po' meno infantile.

Intendiamoci, non sto scartando il film in toto, c'è una certa cura nella realizzazione e nel tentativo di creare un'atmosfera inquietante, e qualche scena potrebbe certamente spaventare o impressionare un pubblico giovane, come ad esempio un personaggio che si trasforma in scheletro, o una ghigliottina che taglia qualcosa e poi nel cesto si vede la testa (finta) di uno dei protagonisti, oppure anche la sequenza con l'assalto delle tarantole. Ricordiamoci anche che stiamo parlando di un film del 1982 e gli effetti speciali non sono disprezzabili.

E al di là dell'aspetto puramente legato alla paura, ci sono alcune inquadrature degne di nota:

Molto suggestive diverse immagini di uno dei protagonisti mentre si trova
all'interno di un "infernale" labirinto di specchi.

Momenti di tensione nella biblioteca dove sta arrivando il signor Dark

Arriva la Strega della Polvere (interpretata - udite, udite - da Pam Grier),
personaggio purtroppo ben poco sfruttato

Eppure non sono rimasta proprio soddisfatta, perché? Perché non riuscivo a scollarmi di dosso la sensazione del tv movie per ragazzi, o anche solo del tv movie, dove tutto tende a essere annacquato, un po' troppo piatto e lineare. Una storia così particolare meritava un'operazione filmica un po' meno convenzionale.

Nel cast troviamo il bravo e convincente Jason Robards nei panni dell'anziano padre che si cruccia perché si ritiene troppo vecchio per dedicarsi adeguatamente a suo figlio e desidererebbe, quindi, ringiovanire.
Invece, non ho trovato molto in parte il pur bravo Jonathan Pryce nel ruolo del Signor Dark. Troppo poco inquietante e con un espressione vagamente bonaria. Va bene che il diavolo, oltre a fare paura, deve essere tentatore e fintamente rassicurante, però il signor Dark del film mi sembra uno con cui andare a fare un doppio di tennis, il sabato pomeriggio.

Va bene sabato alle quattro?

Il film è tratto dal romanzo che per titolo italiano ha Il popolo dell'autunno, di Ray Bradbury. Potevo io quindi esimermi dal leggerlo? Ovviamente non potevo e volevo proprio vedere se questa storia mi poteva dare quel qualcosa in più che nel film non avevo trovato.

Innanzitutto: qual sorpresa nel leggere la prosa di Bradbury! Non avevo mai letto niente di suo, avevo solo visto il film di Truffaut tratto dal suo Fahrenheit 451 e non mi immaginavo una scrittura così poetica, piena di descrizioni inventive e capaci di grande evocazione. Ne dò qualche esempio:

"La paura era un abito nuovo fatto di elettricità"
"I peli sulle tue braccia cantano come zampe di cavallette che si strofinano e tremolano in una musica sconosciuta."
"La paura e la gioia erano come un agitarsi di biglie mescolate dentro la sua bocca"
"La risata che camminava tra gli scaffali come zampe di pantera"
"...minacciavano di soffiarlo via, trasformato in polvere di scheletro e cenere di falena."
" ...il vecchio Jim corre nel chiaro di luna e danza con i rospi."
"...carri numerosi e numerati, pieni di sogno, addormentati e pesanti che seguivano la locomotiva scintillante di lucciole, il suo ruggito assonnato di caminetto autunnale"

Devo confessare che sono un po' insofferente quando gli scrittori usano le similitudini; soprattutto nella scrittura moderna, molte di esse mi sembrano superflue e messe lì nel tentativo di elevare lo scritto e dargli una patina di "alta letteratura". Alcuni autori paiono soffrire se non spargono similitudini a larga mano, ogni poche frasi. Ovviamente ci sono scrittori che sanno usare le similitudini con criterio o che riescono a servirsene per evocare immagini potenti e inconsuete. Bradbury mi pare uno di questi e in generale la sua prosa ha una potenza e un entusiasmo quasi infantile, una ricchezza immaginifica straordinaria. La sua scrittura è adulta, ma ha una vividezza e una forza piena di quell'emotività tipica dell'infanzia, quando di solito gli entusiasmi sono meno smorzati.

Bradbury era appassionato di poesia e studiava molto gli altri scrittori. Nell'intervista a Paris Review dice a proposito dell'autrice Eudora Welty: "...ti descriveva una donna che entra in una stanza e si guarda intorno e contemporaneamente riusciva a farti vedere la stanza e darti l'idea di come era il personaggio e di come si muoveva. E tutto in venti parole. Quali aggettivi usava? Quali verbi? Come li sceglieva e li accostava?". Devo dire che apprezzo molto questo approccio, questo atteggiamento di chi si mette a studiare perché non parte con l'idea di sapere già tutto.

Parlando de Il popolo dell'autunno, non direi che è un romanzo (specificatamente) per ragazzi, quindi il target è diverso rispetto a quello del film. Il modo in cui la storia è narrata mi è sembrato quasi onirico, come quando in un sogno non tutti i pezzi si incasellano perfettamente, ma le emozioni che si provano mentre si sta sognando sono comunque molto vivide. Secondo me, una rappresentazione cinematografica del romanzo dovrebbe lavorare moltissimo sull'aspetto visivo, cercando di non rimanere troppo aderente alla realtà e alla verosimiglianza.

Nel romanzo c'è un discreto spazio dedicato al personaggio della Strega della Polvere, descritta come avente "occhi cuciti da ragnatele tessute da vedove nere", "orecchie coperte di muschio", "bocca dalle gengive scorticate" e "dita da scorpione". A un certo punto della storia, questa Strega viaggia sulla cittadina a bordo di un pallone e con mani fluttuanti cerca di individuare dove si trovino i ragazzini. Una scena del genere - e non è l'unica - è davvero qualcosa di surreale e onirico e credo che anche la trasposizione cinematografica di questo libro dovrebbe portare con sé una certa dose di surrealtà. (E possibilmente senza usare CGI tutto il tempo, che la CGI usata alla cavolo più che stupire, mi fa assopire.) E visto che ho citato la Strega, dico anche che farla interpretare alla bella Pam Grier mi fa un po' alzare il sopracciglio.

Il messaggio finale del romanzo è l'accettazione di sé e della realtà delle cose. Non vengono criticati i desideri in genere, ma solo quelli che impediscono di vivere in maniera soddisfacente. Se si passa la vita a macerarsi bramando cose impossibili, non si riesce ad apprezzare nulla e si vive in uno stato di perenne rimpianto e delusione. L'accettazione viene espressa nel finale tramite il sorriso e la risata, ma nel film questo aspetto è reso in modo un po' affrettato e non del tutto comprensibile, almeno così penso io.

Bene, per ora è tutto e mi raccomando, la parola d'ordine è: ACCETTAZIONE


"Marce', me la porta al policlinico, all'accettazione, va bene?"

lunedì 16 aprile 2018

Sbaglio di chiave

Clicca sulla freccia e segui la storia.

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Seguitemi attraverso la libreria stile Frankenstein Junior -
vi porto io dal Fabbricante di Chiavi

Uff! Non scorre, servirebbe anche un Fabbricante di Olio

Sono Neo. È lei il Fabbricante di Chiavi?

Beh, una specie. E tu chi sei? Il Guardia di Porta?
Mi piaceva di più quell'altra.

Sono Neo, l'Eletto

Eletto da chi? Io non ho neanche votato!
Comunque...chi ti fa le tasse?

martedì 3 aprile 2018

La storia fantastica

[In fondo al post trovate i link agli altri blog che celebrano i trent'anni da quando questo film è uscito in Italia.]

Quante volte il film La storia fantastica sarà passato in tv? Tantissime, visto che quest'anno ricorrono i trent'anni da quando la pellicola è giunta in Italia.

E quante volte ho visto io questo film? Una. Per poter poi scrivere questo post.

Ci sono film, anche famosi, che non ho mai guardato perché per qualche motivo non mi attirano. Ci ho messo 20 anni prima di vedere Titanic. Il Gattopardo non so quando mi deciderò a vederlo e non so se ho tanta voglia di vedere film come Platoon o Full Metal Jacket.

Già a partire dal titolo, La storia fantastica mi è sempre sembrato poco appetibile. Non vi sembra un titolo moscio? Non c'era un aggettivo un po' meno generico di "fantastica"?
E nemmeno il titolo originale The Princess Bride mi pare poi così tanto originale. Di principesse e spose ne ho sempre avute piene le tasche.

Poi c'era Robin Wright che all'epoca recitava nella soap-opera Santa Barbara. E quando mai si è visto che un attore di soap riesce ad arrivare a recitare in film che non siano dei piatti tv movie? In realtà qualcuno ce la fa a fare il salto da soap-opera a film-da-cinema: oltre a naturalmente la stessa Wright, mi viene in mente Tommy Lee Jones, Richard Cox, Teri Polo, Demi Moore. E ce ne sono sicuramente altri ma comunque non sono tanti.

In più c'era il mitico Peter Falk che mi sembrava relegato a un ruolo alquanto minimo, per cui mi dicevo: "ma come? Hai Peter Falk e gli fai dire solo qualche battuta?" (E qui mi viene in mente quando Verdone aveva chiamato Sora Lella per proporle di partecipare a Bianco, rosso e Verdone e lei era diffidente e gli aveva fatto capire se era solo per quattro pose non si sarebbe sprecata a partecipare.)

Quindi, dopo aver visto il film, tutte queste mie remore erano giustificate?

Innanzitutto è vero che Peter Falk ha la piccola parte del nonno che racconta una storia al nipote ammalato, distogliendolo dal videogame di baseball "Hardball" (a cui non mi sembra di aver mai giocato, non è male la grafica comunque). Questa parte nonno/nipote è veramente piccola rispetto al resto del film e mi chiedo se a sto punto non era meglio eliminarla proprio. C'è qualche tentativo di intersecare i due piani - realtà e fiaba - ma questi tentativi sono abbastanza esili.

Tipica espressione da dramma soap-operesco
E torniamo ora a Robin Wright. Ecco, c'è da dire che in effetti la sua recitazione è abbastanza soap-operesca, ma è lei stessa ad aver ammesso che sul set, più che recitare, era preoccupata di non fare la figura della fessa davanti a Mandy Patinkin e a Christopher Guest.

Devo dire che in generale la confezione del film ha un che di televisivo, la fotografia non ha dei particolari guizzi inventivi e in genere c'è questa estetica, anche nei costumi, che mi sa un po' di posticcio. Ho avuto un po' la sensazione di trovarmi in una attrazione di Gardaland.

Però questo stile da parco divertimenti è adatto al tono in cui la storia viene raccontata, infatti non siamo di fronte a un film serio né serioso bensì a una commedia che con un'incredibile capacità equilibristica riesce a stare sul filo della farsa senza mai caderci dentro.

Il film si prende gioco del genere narrativo fiabesco, ma senza cadere in uno sfottò demenziale ed è pieno di battute spiritose che rendono la visione veramente piacevole. Io guardavo il film e volevo davvero vedere come procedeva la storia, non ovviamente per il finale, ma per scoprire in quali situazioni divertenti si sarebbero trovati i personaggi.

E questi personaggi sono anch'essi dei punti forza (magari tralasciando il ruolo un po' scialbo della principessa che addirittura non riconosce il suo riconoscibilissimo amato solo perché indossa una maschera). Abbiamo il gigante rimaiolo Fezzik, interpretato da Andrè The Giant, di cui si dice che sul set bevesse ogni giorno una secchiata di un liquido alcolico random e poi facesse puzze tonanti.

Il divertente spadaccino Inigo Montoya, la cui missione è quella di trovare e uccidere l'assassino di suo padre. Il siciliano Vizzini alle prese con arguti ragionamenti per dedurre quale coppa non sia avvelenata. Billy Crystal irriconoscibile ma assai spassoso nel ruolo del taumaturgo Miracle Max. Convincente e mellifluo Chris Sarandon nel ruolo del malvagio principe e sottilmente divertente il personaggio del prete durante la celebrazione nuziale.

Insomma, un film molto gradevole anche se mi sembra esagerato definirlo capolavoro, come recita la locandina. E a proposito di locandina, essa mi sembra poco convincente, anche un po' fuorviante, con quello che sembra un orso e invece dovrebbe essere un ratto gigante e con quel personaggio in primo piano che impugna uno spadone alla Excalibur e che invece nel film nessuno usa. I protagonisti, infatti, si sfidano con spade più leggere, in coreografici duelli danzanti alla Errol Flynn.

Per riassumere, ero partita veramente prevenuta e pensavo che mi sarei slogata la mascella sbadigliando durante la visione. E invece no!

E ora vi consiglio di andare a leggere i post seguenti:

1) Questo, dove Cassidy vi spiega per filo e per segno tutto quello che dovete sapere su La storia fantastica

2) Qui, sul Zinefilo, dove si parla di film dalla serie A alla serie Z, per scoprire a che lettera Lucius avrà classificato il film.

3) E qua, su IPMP, guardatevi un po' la locandina d'annata!





sabato 17 marzo 2018

Il salto della quaglia sotto il divano

Quest'oggi vorrei parlarvi di un libro e del relativo film che ne è stato tratto e devo ammettere che - sorpresa, sorpresa - ho preferito il film.

Non perché il libro non sia bello, ha pure vinto l'Edgar Award, che non è un premio conferito dal maggiordomo degli Aristogatti, bensì un premio assegnato dall'organizzazione Mystery Writers of America e che è stato vinto da gente tipo Agatha Christie, Ellery Queen, Georges Simenon, John Le Carrè, Graham Greene e un pacco di altri grandi autori.

Quindi non sto parlando di un libraccio, ma di un libro scritto bene e scritto da uno che dà l'impressione di sapere di cosa parla e che quindi caratterizza bene i protagonisti e l'ambiente in cui si muovono.

Qualcuno si starà forse chiedendo: ma di che libro stai dunque parlando?

Presto detto: "Spionaggio d'autore" di Brian Garfield il quale, oltre a non essere imparentato col gatto arancione, ha scritto ben 64 romanzi di cui ben pochi tradotti in italiano, a quanto mi risulta.

Ecco l'Edgar in questione
Ma perché mai non ho gradito particolarmente questo romanzo e verso metà lettura stavo perfino per abbandonarlo? (Poi ho detto: eccheccacchio, ho pagato, adesso lo leggo fino in fondo).

Il romanzo inizia con questo ex-agente segreto che è stato mandato in prepensionamento forzato perché reputato obsoleto dai capi della sua agenzia segreta. E questo ex-agente ha un po' la sindrome del pensionato e si annoia.

Lui anche ci prova a fare qualcosa per non annoiarsi, non gira per casa in vestaglia e ciabatte e nemmeno va per la strada a fare commenti nei cantieri.

Egli invece, nel tentativo di provare quelle scariche adrenaliniche che gli dava il suo lavoro, si cimenta in attività spericolate e per qualche momento smette di annoiarsi, solo che dopo un po' acquista dimestichezza con queste attività spericolate e rischiose e quindi torna ad annoiarsi come prima.
Anche al casinò stessa musica. Vince i soldoni e sbanca il banco ma continua ad annoiarsi.

E si permetterà anche a me di annoiarmi un po' a leggere di uno che si annoia? E forse anche voi vi state annoiando, al leggere di una che si annoiava mentre leggeva di uno che si annoia. (È una cateeeena, sai).

A questo punto Garfield, che forse anche lui si stava un po' annoiando a scrivere di uno che si annoia, fa avere al suo personaggio l'ideona che scioglierà il tedio come neve al sole: scrivere un libro dove vengono svelati tutti gli altarini e gli altaroni della sua ex agenzia di spionaggio.

Quindi l'ex-agente segreto scrive il libro (e ogni tanto si annoia anche mentre lo scrive, giuro!), poi inizia a spedire un capitolo alla volta a diverse case editrici in tutto il mondo. Non appena i suoi ex capi lo vengono a sapere, ecco che parte una mobilitazione di mezzi volta a stanare l'ex agente e impedirgli quindi di rivelare scomodi segreti al mondo intero.

Praticamente l'avere un sacco di gente che gli dà la caccia, consente all'ex-agente di non annoiarsi più. Non solo: siccome lui è più bravo di tutti quelli dell'agenzia, lascia apposta delle tracce durante i suoi spostamenti in modo che gli agenti abbiano una qualche possibilità di prenderlo. Altrimenti lui si annoierebbe se non avesse il fiato dei suoi inseguitori sul collo.

Il titolo originale del libro è Hopscotch che sarebbe il nostro gioco della campana, ma che vuol anche indicare un modo di procedere a balzelloni, un po' qua un po' là. Si potrebbe dire:"ho fatto l'Europa hopscotch", che è in effetti quello che succede nel libro. L'ex-agente passa da una località all'altra, lasciando qualche traccia del suo passaggio.

Insomma, non succede niente di così esaltante, niente che aumenti un po' la tensione. C'è un unico punto in cui al protagonista succede qualcosa di imprevisto, ma poi tutto si risolve in quattro e quattr'otto. Tutto fila liscio senza sorprese, è in pratica una storia di azione minimalista.  La caratterizzazione dei personaggi è fatta bene, ma c'è troppo poco movimento e quello che c'è scorre su dei binari troppo lisci.

Inoltre, il protagonista non è poi così simpatico, è uno bravissimo che sa far tutto, sempre un passo avanti agli altri. Abilissimo nel trucco in modo da sembrare convincentemente sia un arabo che uno svedese. Le uniche due donne che appaiono nella storia, in pratica gli cadono ai piedi. Di lui si dice che "le cose non gli accadono, è lui che accade a loro". Ma chi è? Chuck Norris?! Secondo me è un protagonista un po' noioso, tanto per rimanere in tema.

Col cavolo lo troverete! Ha ben 2 giorni di vantaggio su di voi,
che per lui sono anche troppi. Brody ha amici in tutte le città
e i villaggi da qui fino al Sudan, parla una decina di lingue,
conosce tutti i costumi del posto.
Si mimetizzerà, scomparirà, non lo rivedrete mai più..
Con un po' di fortuna avrà già preso il Santo Graal!
Dal romanzo è stato tratto un film che in italiano si intitola "Due sotto il divano".

Il ruolo dell'ex-agente segreto è interpretato dal grande Walter Matthau e già solo per questo motivo il film acquista ai miei occhi un certo numero di punti.

E a quanto pare, sia Walter che il regista hanno preteso che la sceneggiatura avesse un tono più leggero rispetto al film. Quindi via alla noia esistenziale e spazio per un po' di sano umorismo che di sicuro allontana ogni tedio, sia esistenziale che non.

È sicuramente più facile, nel film, entrare in empatia col personaggio dell'ex-agente anche perché lo si vede all'inizio venire denigrato e declassato dal suo capo, divertentemente interpretato da Ned Beatty che, man mano che il film procede, si infuria e si scarmiglia sempre più, prendendosela con tutti anche con l'FBI che dovrebbe dargli una mano e invece gli distrugge la casa delle vacanze in cui Matthau si era nascosto: "Adesso ho capito cosa significa FBI: fessi, buffoni e imbecilli".

La gag del ritratto del capo che cambia espressione quando
l'ex-agente gli parla facendosi beffe di lui.

Nel film trova spazio anche Glenda Jackson in una parte scritta appositamente per il film. Una parte un po' insulsa, per la verità, non contribuisce alla storia e l'impressione è che la Jackson sia stata un po' sprecata.

Immagino che sia a causa di questa presenza femminile che il titolo italiano è Due sotto il divano e si riferisce a una battuta tra Matthau e la Jackson (che in inglese tra l'altro è diversa). Secondo me è un titolo abbastanza scemo nonché fuorviante.

Anche il libro "esplosivo" che l'ex-agente scrive si intitola Hopscotch e nella versione italiana del film viene tradotto, in maniera più divertente e calzante, con "Il salto alla quaglia". Sarebbe stato un buon titolo anche per il film.

E last but not least, una massiccia dose della colonna sonora è costituita da musiche di Mozart e Mozart è sempre un bel sentire.

Vi consiglio inoltre di leggere l'articolo bibliofilo che Lucius ha scritto sul libro e sul film.

Saluti.


venerdì 24 novembre 2017

Senza via di scampo, tra grandi orologi ed enormi ingranaggi

Tra i miei libri preferiti c'è Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg. L'ho letto e riletto chissapiù quante volte. Perché mi piace così tanto?

Una delle ragioni consiste in come l'autrice è riuscita a descrivere l'ambientazione in cui si svolge parte della trama. Più che "ambientazione", direi che la Flagg ha proprio riportato alla vita un mondo, quello del profondo sud americano degli anni '30 e '40, come se fosse qualcosa di davvero tangibile e percepibile.

Come ha fatto? La storia si divide in parecchi capitoletti e in ciascuno di essi la narrazione si concentra su uno dei vari personaggi. A volte, questi personaggi sono solo marginalmente collegati alla storia principale e quello che di loro viene narrato non è sempre rilevante ai fini della storia. Ed è proprio questo che li rende, secondo me, così autentici. Essi non sono delle figure mono o bidimensionali che esistono soltanto per portare avanti la trama principale, ma sono bensì dei personaggi, anzi, delle persone a tutto tondo, con la loro vita, con i problemi che per loro sono davvero importanti, indipendentemente da quello che la linea narrativa principale ci racconta. Essi escono dal libro, smettono di diventare fittizi, e insieme danno vita a un mondo concreto e vero.

Una narrazione che preveda il punto di vista di diversi personaggi (non necessariamente tramite l'utilizzo della prima persona), può quindi donare maggior spessore alla storia e alla sua ambientazione.

Kenneth Fearing, scrittore americano della prima metà del secolo scorso, era "fissato" con l'utilizzo dei molteplici punti di vista. Ha scritto otto romanzi e in tutti quanti ha utilizzato questa tecnica.

Per la verità, la cosa non gli è sempre riuscita tanto bene. Nell'ultimo romanzo, The Crozart Story, ha portato la faccenda a degli estremi tali che, anziché creare un unicum mettendo insieme molte tessere, ha sfilacciato tutto in brandelli flebilmente collegati tra loro. Forse troppe voci narranti slegate tra loro nello spazio e nel tempo.

Il suo romanzo più famoso è L'enorme ingranaggio (del 1946), sorta di giallo/poliziesco ambientato nel mondo dell'editoria.

Il protagonista, George Stroud, giornalista/investigatore per una rivista specializzata in crimini, diventa l'amante dell'amante del grande capo della casa editrice, Mr Janoth.

Dopo una nottata di amoreggiamenti e un pomeriggio passato a sbevazzare in giro per i locali di Manhattan, George accompagna l'amante a casa. I due si danno quattro bacetti ma lei si avvia da sola verso l'uscio di casa - meglio non far sparlare troppo i vicini facendosi vedere in compagnia di un uomo, ché già è sconveniente farsi vedere a rincasare con un borsone, indice di nottata passata fuori.

Inaspettatamente, sulla scena appare Janoth. I due uomini si vedono, ma l'illuminazione è tale da non consentire a Janoth di riconoscere George, ma di intravvederne soltanto la sagoma. Janoth e la donna entrano in casa, ma la gelosia di lui scatena una lite in cui entrambi si rinfacciano i rispettivi amanti e preferenze omosessuali. La situazione precipita e Janoth, in un'accesso d'ira, uccide la donna.

Il potente editore vorrebbe andare a costituirsi ma qui entra in scena il suo diabolico segretario nonché braccio destro. Costui dissuade Janoth dal suo intento, dopodiché cancella le tracce sulla scena del delitto, costruisce alibi e soprattutto dà il via a una caccia all'uomo, a quell'unico uomo di cui si sa quali locali ha frequentato insieme alla donna prima dell'omicidio e che potrebbe testimoniare di aver visto Janoth sulla scena del delitto. E a chi affida l'incarico di svolgere le indagini? Ovviamente a George che si ritrova quindi a indagare su se stesso, senza badare a spese e impiegando gran parte del personale del giornale. George si trova preso in una morsa: da una parte rischia di venire ucciso da Janoth, se venisse identificato come l'uomo misterioso, mentre dall'altra egli teme che sua moglie - sì, George è pure sposato - scopra il suo tradimento e lo mandi a quel paese portandosi via la figlia.

Anche Chaplin se ne intendeva di ingranaggi
Secondo me, una storia del genere è davvero potente. A X Factor direbbero "questa storia spacca". Quando ho letto il libro la prima volta sono però rimasta un po' delusa e ho pensato che le potenzialità della trama non fossero state sviluppate appieno.

Per prima cosa, c'è nella vicenda qualche dettaglio che non mi torna del tutto: perché il protagonista, se poi ha tanta paura che la moglie lo scopra, va con l'amante proprio nei locali che abitualmente frequenta e dove lo conoscono? E poi, in questi locali lo conoscono così tanto da sapere che anni prima gestiva un locale con la moglie, ma nessuno, proprio nessuno, sa come si chiama e dove lavora? Non so, a me sembra un po' strano e in base a come il protagonista si era comportato, l'investigazione sarebbe dovuta durare giusto un paio d'ore. E invece dura giorni e per giunta si conclude in maniera fortunosa.

Ma a parte questo, la cosa che mi infastidiva era proprio quella dei molteplici narratori che, proprio nei momenti in cui la tensione dovrebbe aumentare e tu dovresti leggere rosicchiandoti le unghie per la suspense, si mettono a raccontare cose di infima importanza per la storia principale. Perché, nella parte finale del libro, un investigatore impiega quattro pagine a dire cose di poco conto per poi finalmente buttar lì, quasi per caso, una cosa importante? E non è l'unico esempio in cui questo avviene.

L'impressione è che Fearing fosse poco interessato all'aspetto tensivo della vicenda e preferisse piuttosto indugiare su altre cose. Ci sono diverse pagine che parlano della struttura della casa editrice, di un possibile progetto di cui si sta vagliando la realizzazione, delle preoccupazioni dell'editore a proposito di una fusione ecc. Insomma, sembra quasi che l'azione principale sia un contorno.

Per scrivere questo articolo ho deciso di rileggere il libro una seconda volta e, proprio per il fatto di sapere già la trama, ho potuto apprezzare tutte quelle cose che mi avevano infastidito e che invece mi sono accorta che danno spessore al romanzo e ai suoi personaggi. Ecco che il capitolo dell'investigatore che parla di cose ininfluenti acquista un nuovo significato. Me lo immagino questo ometto, costretto a stare alla centrale di polizia a raccogliere notizie, quando invece vorrebbe lavorare a un suo progetto editoriale ed è inoltre preoccupato che ci sia stata una fuoriuscita di informazioni a proposito di questo progetto. Questo investigatore è ignaro che il protagonista si trova in una situazione disperata e quindi è giustamente preoccupato per gli affari suoi.
Tutto il romanzo, alla seconda lettura, ha acquistato una nuova luce.

Quindi usare più narratori e approfondire aspetti non fondamentali per la vicenda è un po' risqué quando si tratta di storie thriller, bisogna bilanciare bene gli ingredienti altrimenti si rischia di disorientare il lettore/spettatore. Altri generi di storie invece richiedono in questo senso minore attenzione.

Nel 1948 è uscito un film, Il tempo si è fermato, che ripropone in maniera abbastanza fedele la storia del romanzo. C'è qualche adattamento moraleggiante: il protagonista, anziché essere un donnaiolo che ha persino un hotel d'elezione dove portare le amanti, è un marito irreprensibile che giammai si sognerebbe di avere una tresca extra-coniugale. È vero che trascura la famiglia a causa del troppo lavoro, ma non esita a farsi licenziare pur di portare moglie e figlio in vacanza. Inutile dire che è stato eliminato qualsiasi riferimento omosessuale nel litigio tra Janoth e l'amante.

Il film dà una aggiustata alla plausibilità di certi punti della trama e toglie gli elementi che potrebbero smorzare la tensione e ha quindi le caratteristiche che un prodotto del genere dovrebbe avere.

Nel film c'è una costante presenza di orologi, simbolo di un sistema inarrestabile, un enorme ingranaggio che non si ferma di fronte a niente e di cui tutti sono delle rotelle interscambiabili.

Un film decisamente ben fatto, con il grande Charles Laughton nei panni del "ciccione" Janoth, una dozzinale imitazione di Napoleone, come lo chiama la sua amante subito prima di venire uccisa.

Alla fine degli anni '80, viene girato un altro adattamento del romanzo di Kenneth Fearing: Senza via di scampo, con Kevin Costner e il grande Gene Hackman. Stavolta le differenze rispetto al romanzo sono un po' più marcate, ma sono mantenuti i punti salienti e distintivi della storia.

Non siamo più in una casa editrice ma nei corridoi del Pentagono. Costner interpreta un capitano della marina che inizia una relazione con l'amante (Sean Young) del Segretario della Difesa (Hackman). Tutto si svolge come da copione solo che, per fortuna, l'indagine che Costner deve compiere su se stesso è più impegnativa perché ci sono poche tracce che portano a lui.

L'indizio che potrebbe inchiodarlo è rappresentato da una Polaroid che la sua amante gli aveva scattato e che è stata rinvenuta sulla scena del delitto. L'immagine è praticamente inintellegibile ma grazie ai supercomputer del Pentagono e a un sistema sperimentale di elaborazione delle immagini, in poche ore sarà possibile riuscire a capire che l'uomo nella foto è Costner. Quindi egli è in corsa contro il tempo per trovare il modo di uscire dalla melma in cui si trova invischiato...

Ah, i vecchi tempi in cui si usava i floppy 3M.
By the way, bravo George Dzundza nei panni
del capo del settore informatico
Trovo che il film sia davvero ben fatto e recitato in maniera molto credibile anche dagli attori che interpretano i personaggi secondari. Inoltre la love story tra Costner e la Young è appassionante e si rimane un po' male quando il di lei personaggio viene ucciso, dopo ben 45 minuti di film.

Ci sono delle ingenuità, tipo dei testimoni che vengono convocati al Pentagono e per coincidenza si imbattono in Costner, come se il Pentagono fosse un ufficio dove lavorano giusto 20 persone (comunque la cosa è una citazione del romanzo). Purtroppo il finale ha uno stupidissimo colpo di scena che vabbè, in fondo non rovina neanche il film, sembra una cosa posticcia attaccata in un secondo momento. E poi, al limite, a tre minuti dalla fine si può sempre dire:"Ops, mi si è spento lo schermo!" ZZZAP!


giovedì 14 settembre 2017

Baby Boom

Il 27 luglio all'età di 73 anni è morto Sam Shepard. Dopo essermi dispiaciuta e anche sorpresa, vista l'età relativamente giovane di Shepard, mi è venuto in mente il film Baby Boom, dove Shepard interpreta il ruolo di un veterinario di cui Diane Keaton si innamora.

Ho pensato: per ricordare Sam Shepard, attore, sceneggiatore, vincitore di premi teatrali, regista e scrittore, potrò mai scrivere proprio di un film come Baby Boom, a cui il Mereghetti dà una stella e mezza e di cui dice che è meno divertente di Tre uomini e una culla e che è poco incisiva nel criticare i modi e le mode anni '80? No, non posso - mi sono risposta.

Poi il film è passato in tv e io, come tutte le volte, me lo sono guardato. Io lo trovo divertente e ogni volta che lo guardo l'umore mi migliora. Insomma, una delle funzioni dei film sarà anche quella di aumentare il buonumore o no? E allora ho detto: ma chiccacchio se ne frega della critica alle mode e ai modi degli anni '80, adesso faccio un post su Baby Boom.

Che poi, se proprio uno vuole criticare gli anni '80, più che le mode e i modi, forse dovrebbe criticare quel capitalismo e consumismo spinti che, secondo me, hanno la loro buona parte di responsabilità della situazione disastrata in cui siamo oggi. E nonostante Baby Boom sia una commedia senza pretese, con una bella dose di buoni sentimenti, a me pare che i problemi e le difficoltà che illustra siano, dopo trent'anni, rimasti immutati.

Insomma, di cosa parla questo film? Ebbene, il film ha come protagonista J.C. Wiatt, donna in carriera che lavora dalle 5 alle 9 (forse Dolly Parton potrebbe fare una variante della sua canzone "9 to 5") e non nel senso che fa un part-time di 4 ore ma nel senso che fa un extra-ultra-full-time di 16. Ella convive con uno che è workaholic come lei, interpretato dal compianto Harold Ramis, e col quale riesce a fare sessioni amorose di tre minuti, senza che nessuno dei due si svesta.

Una bella notte, J.C. riceve una telefonata che le annuncia che ha ereditato...BZZ...che ha ereditato KNF...non si capisce...la linea è disturbata. Il giorno dopo, il mistero viene svelato: J.C. scopre di aver ereditato da un lontano parente, non già le 10.000£ del Monopoli, bensì...una bambina, che non è altri che la figlia del lontano parente!

Che di solito non è tuo e ci sono sopra gli alberghi

Dopo lo shock iniziale, J.C. decide di dare la bambina in adozione ma, nei pochi giorni in cui si prende cura di lei, in attesa che le venga assegnata una famiglia, J.C. le si affeziona e decide di tenere la bambina con sè.

E qui J.C. commette un errore: si illude di poter fare la madre e continuare a lavorare come prima. Che già con un impiego normale la cosa potrebbe presentare dei problemi, figuriamoci quando al lavoro sei conosciuta come Tiger Lady e sguazzi in un mare pieno di squali che tra un morso e l'altro gridano:"Produttività! Competizione! Reperibilità 24/7!"

Ecco, c'è da dire che le donne si trovano spesso a dover fare i salti mortali per riuscire a essere contemporaneamente mogli, madri, lavoratrici e per ritagliare un po' di spazio per se stesse. Non hanno per niente vita facile. Però, e spero di non attirarmi le ire di qualche lettrice, mi pare che in alcuni casi, in questa corsa al dover/voler fare tutto, sono proprio le donne che spingono sull'acceleratore anche quando potrebbero scalare di marcia.

Non si spiega infatti come mai certe madri fanno di tutto, sanno tutto, controllano tutto, sono dappertutto, contemporaneamente. E fanno fare ai loro figli almeno 27 attività extra scolastiche. Ma perché? Cos'è quest'ansia da prestazione?

Ansia che si legge anche nelle neomamme che hanno il terrore di perdere la loro personalità e di venire fagocitate in un mondo dove esistono solo i pannolini e le pappe e che quindi vogliono recuperare il prima possibile (se possibile) il corpo e le abitudini che avevano prima della gravidanza. Magari sbaglio, ma forse un po' di pazienza non guasterebbe.


Secondo me c'è una donna, che definirei mitologica, che proprio negli anni '80 ha settato l'asta a un livello impossibile e che ha fatto venire il complesso di inferiorità a tutte le donne. Chi è? Ma è lei: l'ineguagliabile Clair (Huxtable) Robinson! A poco più di quarant'anni è un avvocato in uno dei più prestigiosi studi di New York, ha 5 figli, un marito adorante e una magione in cui non si vede l'ombra di un domestico né di una babysitter, lasciando quindi a intendere che è lei che fa tutto! Lavoratrice indefessa ma pur sempre pronta a mettersi elegante (anche se è già sempre impeccabile), in una sera qualunque, quando il marito la porta in qualche jazz club. Il telefilm dovrebbe avere come sottotitolo "Oltre i confini della realtà".

Sono una donna inarrivabile
Comunque, gli anni '80 sono passati e la condizione della donna mi pare grossomodo invariata, ma non così quella dell'uomo, il quale è sempre più coinvolto, anche se timidamente, nell'allevamento dei figli. Ora i tempi sono maturi perché i padri saltino la barricata e diventino genitori a tempo pieno.

Come la donna, a suo tempo, ha deciso di voler uscire di casa, anche per sua personale soddisfazione, è il caso che anche l'uomo esca dall'idea che l'educazione e il tempo dedicato ai figli siano cose che gli competono solo marginalmente. Oppure si vuole fare come il capo di J.C., che fa il direttore d'azienda ma non conosce il nome dei suoi nipotini? Uomini, ampliate un po' le vedute!

Dopo aver fatto questa lunghissima digressione (per cui probabilmente le sentirò da qualcuno), torniamo al film.
J.C. non riesce a essere produttiva come prima e non accetta incarichi che lei giudica dequalificanti. Decide quindi di fare una cosa pazzesca: cambia radicalmente vita e si trasferisce nel bucolico Vermont.

Il Vermont! Nella mia immaginazione, in Vermont è sempre autunno e tra gli alberi giallo-arancio spuntano graziose casette bianche e fienili rossi. Invece, in Vermont c'è anche l'inverno e J.C si ritrova sepolta sotto metri di neve, in una casa mezza scassata dove l'acqua e il riscaldamento funzionano a singhiozzo.
J.C. ha momenti di sconforto ma, per passare il tempo, cucina dosi industriali di marmellata e sarà proprio questo cibo che le farà riprendere le redini della sua carriera, ma stavolta sarà lei a dettare le regole.

E questa, tra l'altro, è una cosa che di questi tempi si vede parecchio. Oggigiorno ci sono molte persone, tra cui parecchie donne, che si mettono in proprio e creano, cuciono, plasmano, stampano e grazie alla rete vendono.

Diane Keaton nel ruolo di J.C. è molto divertente. Quel suo modo nervosetto di recitare, qui ci sta molto bene e Sam Shepard, tranquillo e rassicurante, le fa da perfetto contraltare. Come in tutte le storie d'amore cinematografiche che si rispettino, J.C. all'inizio fa la ritrosa, gli dice di essere una fredda donna in carriera, non come le svenevoli ragazzette che non sanno resistere al fascino del dottor Charm. Poi però deciderà se cedere o meno al sex appeal del veterinario.

Ho scoperto di recente che le gemelle attrici che interpretano la bambina sono ora due belle ragazze che fanno le insegnanti. Devo dire che la cosa mi ha dato sollievo e sono contenta che non siano diventate delle aspiranti pseudodivette chirurgicamente alterate.

Vi lascio con l'immagine di Diane e Sam danzanti.


domenica 20 novembre 2016

Cocktail

Anni '80. Per me sono gli anni in cui ho iniziato a vedere i film e i telefilm e ad andare al cinema. Anni in cui guardavo i video musicali nelle reti televisive che davano solo video e nient'altro. Anni che mi suscitano una sorta di nostalgia.

Quando oggigiorno riguardo un film anni '80 che avevo visto all'epoca, l'effetto amarcord c'è. Sono in genere molto attratta dai film di quel periodo, anche da film che non ho mai visto.

Nella locandina italiana la frase lancio è:
"Per tutti i gusti" .. Basta che non sia
"Tutti gusti + 1" alla Harry Potter..
Un cocktail gusto caccola non mi piacerebbe
Il film di cui parlo oggi è "Cocktail", anno 1988. Film che aveva avuto un discreto successo, probabilmente per la presenza di Tom Cruise, reduce dal successo planetario di "Top Gun". Quando l'han dato in tv ho pensato che non me lo potevo perdere; "chissà che gran filmone è", mi son detta. Sì, vabbè.

Dopo i gradevoli titoli di testa in stile neon di insegna luminosa, vediamo il giovane Brian Flanagan salire rocambolescamente su un pullman diretto a New York. Si vede subito che Brian è un tipo che sa il fatto suo: durante il viaggio non perde tempo a guardare fuori dal finestrino. No, Brian legge il manuale "Come fare un milione di dollari".

Arrivato a New York, va a trovare uno zio (tirchio) proprietario di un bar e gli dice subito che il suo piano è fare un mucchio di soldi. Lui non perderà tempo con le fidanzate, PFUI al matrimonio, la grana è il suo unico obiettivo.

Si mette un completo giacca e cravatta e inizia a battere tutte le più quotate agenzie pubblicitarie e finanziarie di Manhattan, dicendosi disposto a fare qualsiasi cosa pur di arrivare in cima, di sfondare, di far successo.

Praticamente, il personaggio di Brian Flanagan sembrerebbe essere una specie di nipotino del Gordon Gekko di Wall Street; lo definiriei un aspirante yuppie. D'altronde, gli yuppie sono una delle caratteristiche degli anni '80. Come scrive Beppe Severgnini nel suo divertente e consigliato "Un italiano in America": "La leggenda descrive gli yuppie come sessualmente rapaci, lavoratori accaniti, carrieristi spietati". Vengono in mente un po' di personaggi che corrispondono alla descrizione.

Comunque, nei grandi grattacieli di Manhattan, il nostro Brian non ha molta fortuna; tutti quanti gli rispondono picche: per far carriera non basta aver studiato il manuale "Come fare un milione di dollari", bisogna avere la laurea.

Più che sentirsi yuppie,
Brian si sente Yuppi Du
Brian è un po' demoralizzato ma non si arrende. Corre subito a iscriversi all'università e per mantenersi trova lavoro in un bar. All'inizio il lavoro è duro, trovarsi dietro il bancone con 200 persone assetate che contemporaneamente chiedono cose tipo "Scoiattolo Rosa" o "Martello di Velluto" non è facile. Poi lui non sa neanche come si fa il Cuba Libre figuriamoci il Ding-a-ling.

Comunque siccome Brian impara presto e soprattutto piace alle ragazze, il lavoro inizia ad andare alla grande. Certo, lui ha sempre come obiettivo principale diventare un top della finanza ma è faticoso lavorare fino a tardi e il giorno dopo andare a lezione all'università, studiando e facendo tesine. Ben presto infatti, dopo che un professore lo ha beccato un paio di volte a dormire in classe e dopo che Brian ha insultato il medesimo professore, la carriera universitaria ha termine.

Il lavoro di barman, che doveva essere solo temporaneo, si rivela invece fonte di grande soddisfazione. Il bar attira milioni di persone perchè Brian e il suo collega/capo/mentore non sono baristi qualsiasi, essi sono dei flair bartender, dei baristi acrobatici. Questa caratteristica era messa molto in evidenza durante il lancio del film ed è stato proprio il film a rendere popolari questi barman che intrattengono i clienti e preparano i cocktail manipolando in maniera spettacolare shaker, bicchieri, bottiglie e quant'altro. Mi spingo a dire che questa giocoleria baristica è l'unico tratto distintivo in questo altrimenti anonimo film.