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martedì 1 febbraio 2022

Cosa faceva alla mia età... una mia cotta adolescenziale

Buon martedì e buon anno della Tigre! Che sia un anno positivo per tutti noi e anche per le tigri in pericolo. Che sia un anno ruggente! ROAR!


E partiamo ora coi festeggiati del giorno.

La prima è Sherylin Fenn, diventata famosa con Twin Peaks. Quando aveva la mia età ha interpretato "Bigfoot" un filmaccio di bestiacce, ma siccome Lucius il Zinefilo lo ha già recensito, mi risparmio la visione e vi mando da lui.

Nello stesso giorno e nello stesso anno di Sherylin Fenn è nato anche Brandon Lee, ma sappiamo tutti come sono purtroppo andate le cose: il povero Brandon ci ha lasciati troppo presto.

Concentriamoci allora sulla terza celebrità, l'attore definito "The King of Hollywood", una delle star dominanti dell'epoca d'oro del cinema. Uno che all'inizio ha fatto fatica a raggiungere il successo per via del suo aspetto particolare e diverso dagli standard classici. Un produttore della Warner Bros ha dichiarato che aveva le orecchie troppo grandi e che sembrava una scimmia.

Ma probabilmente proprio quell'aspetto ruvido e mascolino ha contribuito al successo di questa star. 

Di chi sto parlando? Di lui:

Clark Gable

Fatto sta, che io, verso i dodici anni, sicuramente in seguito a qualche visione di "Via col vento", ho sviluppato una cotta nei confronti di Clark Gable (già all'epoca avevo queste tendenze retrò). Mia madre non condivideva la mia passione e mi sbeffeggiava dicendo: "Ma dai, con quei baffi da sparviero!" (Gianfranco D'Angelo sarebbe stato d'accordo).

D'altronde i baffi da sparviero sono proprio quelli dell'uomo fascinoso e provocante, che cattura le prede come fa lo sparviero e io per un certo periodo mi sono fatta catturare. 

(Dopo un paio d'anni, ho abbandonato Gable e mi sono dedicata ai cantanti inglesi che andavano in voga negli anni '80.)

La vita di Clark Gable è stata piuttosto movimentata. Dopo una giovinezza passata a fare svariati tipi di lavori, ha iniziato il mestiere di attore facendo teatro, approdando al cinema in un secondo momento. Già intorno ai trent'anni era una star e recitava assieme alle più grandi dive dell'epoca che lo richiedevano esplicitamente come partner maschile.

Però Gable aveva dei problemi con i denti e a causa di una infiammazione tipo piorrea ha dovuto farsi togliere quasi tutti i denti per cui, a poco più di trent'anni, già aveva la dentiera. Ha continuato in seguito ad avere problemi gengivali che gli causavano alito cattivo, di cui un po' si lamentavano le attrici che per esigenze di copione lo dovevano baciare.

Lui non si dava molto cruccio della cosa, aveva l'atteggiamento del "Francamente me ne infischio" e ci rideva su.

Ecco perché Rossella faceva la
ritrosa con Rhett!


Comunque alito o non alito, Clark Gable faceva sfracelli tra le donne e ha avuto pure cinque mogli. La più amata è stata probabilmente la terza, Carole Lombard, morta però in un incidente aereo pochi anni dopo il matrimonio. Poco più che quarantenne, Clark è rimasto dunque vedovo e chi lo ha conosciuto ha detto che dopo quel lutto, lui non è più stato lo stesso.

Poi si è arruolato in guerra e anche questo fatto ha contribuito a fargli perdere ulteriormente la leggerezza e la vitalità che gli erano rimaste. Tra l'altro, Adolf Hitler aveva una passione per Gable e lo riteneva superiore a tutti gli altri attori (eppure Clarke non aveva caratteristiche ariane!) Il dittatore aveva persino offerto una ricompensa a chi, durante la guerra, avesse catturato Gable, portandoglielo illeso al suo cospetto. Chissà come sarebbe stato un eventuale incontro del genere!

L'esperienza in guerra è servita a Gable per interpretare il ruolo di generale dell'aviazione nel film bellico "Suprema decisione", che è proprio dell'anno che serve a me per la mia rubrica. Però siccome i film de guera non sono precisamente la mia passione e siccome Gable nel 1948 ha fatto anche un'altro film, ho optato per quest'ultimo, intitolato "La lunga attesa", che comunque è un po' de guera anche questo.

Vediamo un po' di cosa parla.

Il nostro Clark interpreta la parte di un colonnello che sta tornando a casa dopo aver partecipato alla guerra.

All'inizio del film, se ne sta lì, sul ponte della nave, con lo sguardo perso all'orizzonte, quando arriva un giornalista che gli chiede di raccontargli delle sue avventure belliche, perché le persone rimaste a casa dovranno convivere con coloro che sono ritornati dopo aver vissuto dei traumi terribili, dunque è giusto che sappiano cosa è successo in guerra.

Ma Clark non vuole dire niente, si trincera dietro a lapidarie frasi di circostanza del tipo: "Non ho niente da raccontare, niente che possa essere di interesse per qualcuno."

Ma il modo in cui lo dice e lo sguardo perso all'orizzonte, ci fanno capire che in realtà, quei baffi da sparviero hanno visto cose... cose che noi spettatori non ci possiamo immaginare... e allora parte subito un flashback che ci racconta il doloroso passato di Clark.

Veniamo dunque trasportati indietro di qualche anno e scopriamo che Clark è un chirurgo di gran successo, venerato dai pazienti, soprattutto quelli di sesso femminile che non perdono occasione di ricoprirlo di regali, magari sperando che fra un bisturi e l'altro si possa combinare qualcosa... Clark ha comunque una moglie che lo marca stretto e che, di tanto in tanto, gli piomba in studio senza preavviso, giusto per controllare che lui si comporti bene. 

C'è anche qualcun altro che lo marca stretto e cioè il dr. Sunday, un dottore coscienziosissimo, che lavora anche la domenica e che è particolarmente interessato ai casi di malaria che si stanno verificando in un certo quartiere della città. 

Questo dr. Sunday vorrebbe che Clark lo aiutasse con questa faccenda della malaria, ma Clark ha sempre troppi impegni per prestare il suo aiuto. Cioè, Clark vorrebbe anche aiutarlo, ma in definitiva se ne infischia: è troppo impegnato a vivere la sua scintillante vita di successo e non ha voglia di perdere tempo a fare cose pro bono.

- "Mi aiuti questo pomeriggio?"
- "No, devo andare a comprare le mazze da golf"
- "Facciamo stasera?"
- "No, vado a ballare. Si deve anche ballare ogni tanto"

Quando Clark decide di arruolarsi per andare il guerra, il dr. Sunday si toglie qualche sassolino dalla scarpa e accusa Clark di essere un egoista insensibile e di essere interessato solo al proprio tornaconto. Anche l'andare in guerra è tutta scena. Il dr. Sunday definisce Clark un "four-flusher", cioè come un giocatore di poker a cui manca una carta per fare colore e dunque in mano non ha niente (4 carte senza valore) ma si comporta come se avesse chissà che manona, dunque è un imbroglione, tutta apparenza e poca sostanza. 

Comunque, Clark riflette un po' su quello che gli ha detto il dr. Sunday, ma poi se ne infischia e parte per la guerra. Qui incontra un'infermiera con la quale all'inizio ha un rapporto frizzantino. Lui nel film si chiama Ulysses e lei, tanto per fargli capire cosa ne pensa di lui, lo soprannomina Useless, Inutile. 

L'infermiera è interpretata dalla diva Lana Turner che in questo film non ha niente di glamouroso perchè è sempre vestita con informi e militareschi abiti da campo di questo genere:


Comunque, lui sarà stato pure un chirurgo acclamatissimo, però... qui abbiamo un problema!

Opera col naso fuori??? Eh no!

Tra un'operazione col naso fuori e l'altra, tra un battibecco e l'altro, tra un bombardamento e l'altro, il chirurgo e l'infermiera iniziano a provare dei sentimenti reciproci, anche perché lui ormai sta cambiando. Tra le brutte cose che vede in guerra, c'è anche la morte di un ragazzo che proveniva proprio dal quartiere in cui c'era la malaria. Clark avrebbe potuto immaginare che il ragazzo aveva un fisico già minato dalla malattia e avrebbe potuto impedirgli di andare in guerra, invece di aggiustargli una gamba per permettergli di arruolarsi.

Questo ulteriore episodio gli fa capire che è arrivato il momento di iniziare a preoccuparsi un po' di più degli altri. È giunto il momento di smetterla di considerare i propri pazienti come dei "casi" anziché delle persone sofferenti. In breve, è giunto il momento di non infischiarsene più.

Come andrà a finire il film? Cosa succederà tra il chirurgo e l'infermiera? Lo scoprirà chi guarderà questo melodramma d'altri tempi di discreta fattura. Visione gradevole.

E comunque lo sparviero Clark il suo fascino ce l'aveva


E ora, visto che questo blog ha un certo tasso alcolico, se per caso vi viene voglia di un bel Martini, vi lascio la ricetta dello zio Clark, che nel film "10 in amore" lo prepara direttamente davanti allo spettatore.

Prendete dunque un bicchierone in cui verserete generosamente un bel po' di gin. Poi prendete la bottiglia del vermouth e shakeratela ben bene in modo da impregnarne il tappo. Tirate fuori il tappo e fatelo passare accuratamente sul bordo del bicchiere, metteteci dentro un po' di ghiaccio, sharekate il tutto a mano e versate! Fatto! 

Cin, cin. Il gin fa bene allo stomaco, baby

martedì 22 dicembre 2020

CineAvventario #22

È arrivato il momento della pauva... del tevvove...



Spero che vi siate ripresi dalla locandina perché fa veramente "fear" in tutti i sensi!

Ma pure il personaggio di cui parliamo oggi ha avuto una discreta paura quando è stato arrestato per partecipazione a una società segreta con scopi sovversivi. Lui era lì solo per ascoltare, non era proprio un partecipante, forse avrà cercato di difendersi dicendo: "Passavo di qua per caso...", ma niente, le forze dell'ordine lo hanno arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo.

Di chi sto parlando? Di Fedor Dostoevskij, che dopo l'arresto è stato condannato alla fucilazione. E possiamo immaginare di che umore fosse Fedor, il 22 dicembre 1849, quando è stato portato davanti al plotone di esecuzione.

Ma invece di venire ucciso, gli è stata letta una lettera che dichiarava che lo zar Nicola I gli aveva concesso la grazia e mutato la pena in lavori forzati.

La notizia era bella, ma tutta la situazione ha scioccato parecchio il povero Fedor che ha iniziato, in seguito a quell'episodio, a manifestare crisi di epilessia sempre più frequenti.

E pensare che lo zar aveva deciso già giorni prima di commutare la condanna, ma mica dirglielo prima, no, ha dovuto fare l'annuncio coreografico, ha dovuto. Il povero Fedor ha rischiato di morire di coccolone seduta stante.

Di Dostoevskij ho letto un po' di cose e fino a oggi non avevo mai visto nessuna trasposizione di qualche sua opera. Avevo iniziato a vedere "Il sosia", ma poi mi sono ricordata che ci aveva già pensato Lucius a demolirlo.

Allora mi sono buttata su un titolo che nessuno ha ancora demolito, dunque lo farò io! E il titolo è appunto "Fear" del 1946!

Si tratta di una rivisitazione di "Delitto e castigo". Non è ambientata in Russia, bensì da qualche parte in America. La prima scena ci mostra una stanza avvolta nella semioscurità e in sottofondo sentiamo le note di una musica suonata col sassofono. La tipica musica che si sente nei film noir, quando la bellona di turno fa la sua comparsa nell'ufficio di un investigatore privato per proporgli qualche caso.

Ma noi non siamo nell'ufficio di un investigatore, bensì nella camera di uno studente: probabilmente l'unico studente al mondo che in camera sua sta in giacca e cravatta. Lo studente, che rappresenta dunque il Raskol'nikov protagonista di "Delitto e castigo", sta leggendo una lettera che gli comunica che tutte le borse di studio, compresa la sua, verranno sospese.

Si può capire quindi il suo disappunto. Il suo sconforto è tale che proprio non riesce a sopportare quella musica di sassofono che continua a suonare in sottofondo... no, non è metacinema, lo studente non sta rompendo la quarta parete. La musica di sassofono non fa parte della colonna sonora: c'è proprio un dannato musicista che suona nel palazzo di fronte! Il nostro studente non lo sopporta e chiude la finestra.

Musicista, smettila di suonare,
che qua si sta consumando la tragedia

Forse per lo studente è ora silenzio, ma per noi spettatori attacca un'altra musica, stavolta credo sia veramente musica di sottofondo, a meno che non ci sia un'orchestra nascosta dentro un armadio della stanza.

Comunque, lo studente è già depresso di suo, ma ci si mette pure l'affittacamere che viene a rompergli le balle a proposito dell'affitto da pagare. Lui disperato va allora da un certo professore, che come mestiere collaterale gestisce un banco dei pegni in casa. Lo studente gli dà un orologio di pregio, pensando di ricavarne chissà quanto, invece il professore gli dà solo 10 dollari. Anzi, gliene dà 8, i due rimanenti sono gli interessi.

"Ho bisogno di quei 10 dollari!"
"E io non ho bisogno del tuo orologio!"

Insomma, le cose vanno male per il povero studente, non sa come tirare fuori i soldi per tutto quanto, dunque avete capito qual è la soluzione: accoppare il professore semi-usuraio. Quindi, una sera, lo studente va dal professore e compie il misfatto. Ma non è nemmeno riuscito a mettere le mani sui soldi, che viene quasi sorpreso sul fatto da alcuni studenti che avevano un appuntamento col professore. A stento riesce a fuggire senza farsi vedere, ma nella fuga gli si macchia di vernice la manica della giacca, perché proprio quel giorno un pittore stava ridipingendo le pareti interne del palazzo.

Un paio di giorni dopo il delitto, un poliziotto si presenta alla porta dello studente. Il poliziotto è piuttosto bizzarro perché per tutto il tempo della conversazione giochicchia con un mazzo di chiavi, lanciandolo in aria per poi riprenderlo. Giochicchia così tanto, che le chiavi gli vanno a finire sotto una poltrona, la stessa poltrona sotto cui lo studente aveva nascosto la giacca macchiata di vernice. Lo studente trattiene il fiato, temendo che il poliziotto scopra la giacca, ma non succede.

Insomma, nonostante non ci siano prove su di lui, la polizia inizia a stargli addosso e lui inizia ad andare in paranoia, gli sembra che tutti gli stiano col fiato sul collo e dunque è sempre nervosetto.

Comincia a uscire con una ragazza e insieme vanno a fare un picnic. A un certo punto, lei gli legge la mano e dice: "Ah, le linee sulla tua mano formano una M! Cosa potrebbe voler dire? M come...Medicina, oppure Money, Magazines, oppure... cosa potrebbe essere? Ah, ho capito!", però lo dice con una faccia strana e allora lui subito pensa che lei intenda "M per Murder", quindi si innervosisce e fa per andarsene. Ma lei gli dice: "Intendevo solo dire... Matrimonio!"

Che per molti potrebbe essere un buon motivo di fuga!

Matrimonio Mai: sono 2 M!


La situazione si fa sempre più angosciosa per lo studente, tutto gli ricorda continuamente l'omicidio e la polizia gli fa addirittura domande su un articolo che lui ha scritto per una rivista, articolo in cui dichiara di ritenere che alcuni delitti sono giustificabili in nome di un fine più elevato.

Insomma, le cose volgono al peggio, una rete si sta stringendo su di lui e la sua coscienza lo tormenta sempre più, ma qui succede il disastro. Non il disastro per lo studente, ma per lo spettatore, perché la storia si conclude con un finale che più idiota di così non potrebbe essere. Ovviamente non lo rivelo, ma è uno di quegli espedienti narrativi degni dei peggiori filmacci. Il film di per sé è passabile, niente di che, guardabile, un po' moscio magari, ma il finale proprio è del tutto indegno, principalmente perché toglie senso a tutta la storia.

Vabbè, niente, lo dovevo capire dalla locandina.

E voi? Avete visto film tratti dalle opere di Dostoevskij?

Io vado, sento una musica di sottofondo, forse è un musicista sotto il tappeto...

lunedì 7 gennaio 2019

Due approcci disinvolti al pilotaggio (breve post di inizio anno)

Di recente ho rivisto Il grande dittatore, film di Chaplin in cui i molti momenti comici non coprono l'amarezza legata al tema drammatico della persecuzione ebraica a cui la pellicola fa riferimento.

Mi sembra che la gran parte delle sequenze divertenti siano quelle in cui vengono mostrate le personalità egocentriche, infantili, insicure e vanitose dei due dittatori.

Era un po' che non vedevo il film e mi ricordavo che il personaggio ispirato al duce si chiamava di cognome Napaloni, ma mi ero dimenticata che di nome faceva Benzino! :D

I due dittatori non riescono a coordinarsi nel saluto

Quasi tutta la storia del film si svolge nel periodo tra le due guerre, ma nella parte iniziale ci sono alcune scene che hanno luogo durante la Grande Guerra, proprio sul campo di battaglia, dove si vedono le scarse attitudini belliche del personaggio del barbiere ebreo impersonato da Chaplin.

Il barbiere è molto simile nelle movenze al personaggio del Vagabondo, per cui la sua goffaggine lo porta a combinare una serie di potenziali disastri. Prima gli scivola nella manica della giacca una bomba a mano innescata, poi fa acrobazie pazzesche con un cannone rischiando di disintegrare la sua truppa e infine si perde nella nebbia ritrovandosi a marciare fianco a fianco al nemico. Sono scene visivamente molto divertenti.

A un certo punto, mentre si appresta a difendere una postazione, sente chiamare aiuto. È un pilota alleato che giace a terra ferito e ha bisogno di assistenza per salire sul suo aereo. Il barbiere lo solleva di peso e lo mette sul velivolo, ma il pilota dice che da solo non ce la fa e gli chiede:"Sai pilotare un aereo?"
Il barbiere monta su e con un sorriso smagliante gli dice:

"POSSO PROVARE!"

Nessun dubbio, nessuna ansia, solo:"Posso provare"! Un grande.

Questa scena mi ha ricordato tantissimo quella che vede protagonista un altro grande personaggione del cinema: Indiana Jones, che nel secondo episodio della serie si ritrova a sovrastare la catena himalayana su un aereo da cui i malvagi piloti si sono lanciati lasciando sull'aereo meno paracadute di quelli che servirebbero.

La partner di Indy in quel film è la bionda e ansiosa Willie che gli chiede:"Lei sa pilotare un aereo, vero?"
E il grande Indy non risparmia un sorriso dei suoi e con una certa nonchalance risponde:

"No, e lei?"

E perfino aggiunge qualcosa del tipo:"E che ci vorrà mai?" Mitico.

Beh, so bene che queste due scene sono fatte per far ridere, ma io ci voglio dare una mia personalissima interpretazione e anche una specie di augurio per l'anno nuovo.
Tante volte ci si fa un sacco di paturnie e ci si lascia spaventare e bloccare dalle difficoltà per poi scoprire che è molto meglio prendere il toro per le corna, anzi l'aereo per la cloche: con un po' di determinazione le cose spesso vanno per il meglio e magari si scopre che ci si faceva più problemi di quelli che c'erano in realtà.
Quindi, per quest'anno auguro a tutti un po' di sana incoscienza che ci permetta di fare le cose che fino a ora abbiamo ritenuto troppo difficili.
Audentes fortuna iuvat.

(Nei film ha funzionato :D)

lunedì 3 dicembre 2018

Calendario natalizio #3

Oggi è lunedì, meglio procedere con qualcosa di tranquillo.

Cliccate e tuffatevi in un'altra epoca!

Non posso non nominare questo film, la cui storia si svolge nel periodo natalizio e culmina nella serata della vigilia.
Ambientato in un negozio di articoli da regalo in una Budapest d'altri tempi, il film è la trasposizione cinematografica di una commedia ungherese e l'unità di tempo e luogo è abbastanza evidente.
A me questo film piace moltissimo e lo riguardo sempre volentieri, ma mi rendo conto che forse non molti potrebbero essere attirati da quest'opera del 1940 dalla fattura decisamente (e deliziosamente) vintage. Il doppiaggio italiano, poi, sarebbe forse da rifare perché quelle voci e quegli accenti, oggi, rasentano un po' il ridicolo. Forse all'epoca andava bene così, anche se altri doppiaggi dello stesso periodo non fanno lo stesso effetto.
Il titolo italiano è Scrivimi fermo posta e mette dunque maggior risalto alla storia dei due commessi che si odiano dal vivo ma che si scambiano lettere affettuose tramite il fermo posta, ciascuno ignorando l'identità dell'altro.
Ma la storia dà ampio spazio ai vari personaggi che frequentano il negozio, compreso il pittoresco ragazzo tuttofare con grandi ambizioni di carriera.

venerdì 15 giugno 2018

Spirito allegro

Se si dice Martini, si pensa subito a James Bond, che di agitati e non mescolati ne ha mandati parecchi giù per il gargarozzo. Ma nel film di cui vi parlo oggi, c'è un altro personaggio che ama sbevazzare Dry Martini, soprattutto per ritemprarsi dopo le vigorose pedalate su e giù per le colline inglesi.

Il film è "Spirito allegro" (Blithe Spirit) e il personaggio Madame Arcati. Chi è costei? È una vulcanica donna inglese di mezza età che ama vestirsi con completi di tweed abbinati a camicie a righe, oppure con abiti dagli ampi colletti di pizzo. In ogni caso, non trascura di indossare bracciali e lunghe collane.

Spirito discinto
Quando non beve Martini, beve tè cinese, non indiano, perché influenza negativamente le sue vibrazioni. Molto spesso porta con sè la sua sfera di cristallo ma non certo per predire il futuro. Madame Arcati disapprova chi predice, o dice di predire, il futuro.

Quindi cosa fa la nostra Madame? Ebbene, ella è una medium! E all'inizio del film viene convocata da uno scrittore affinché lei evochi il fantasma della di lui defunta moglie. Contro ogni ragionevole aspettativa, il fantasma si manifesta davvero e non sembra volersene poi andare, non da solo, almeno...

Madame Arcati è interpretata dalla formidabile Margaret Rutherford, qui ai suoi primissimi ruoli cinematografici. La sua Madame è veramente molto divertente, molto ma molto sopra le righe ed è proprio questa interpretazione che le è servita da trampolino di lancio per molti altri ruoli sul grande schermo.

Celebre la sua energica Miss Marple, la prima Marple dello schermo (e ogni volta che penso a quei film inizio a canticchiare il tema musicale di Ron Goodwin), e pensare che la Rutherford era inizialmente restia a interpretare questo ruolo, in film dove l'omicidio è parte dello spettacolo e la sua riluttanza è comprensibile, considerata la sua piuttosto tragica storia familiare.

Tornando a "Spirito allegro", penso che sia divertentissimo, ha un ritmo perfetto, battute da gran commedia, interpreti sempre sul pezzo. Il film è tratto da un'opera teatrale di Noel Coward, e che la Rutherford aveva già con successo interpretato a teatro. Coward non era molto propenso a permettere la trasposizione cinematografica della sua commedia. A quanto pare, i precedenti film tratti dalle sue opere non lo avevano soddisfatto per niente. Comunque alla fine ha ceduto e ha permesso che David Lean (hai detto poco) si occupasse della cosa anche se non ho capito se il risultato gli fosse poi piaciuto.  Di sicuro Coward non apprezzò il finale del film, diverso da quello della sua commedia e devo dire che pure io ho trovato un po' incongruo il finale filmico.

Ma a parte ciò,  tutto il resto è molto bello e davvero godibile e, se ritenete che il genere vi piaccia, correte subito a vederlo. Nonostante sia del 1945, il film è a colori, cosa non usuale per l'epoca e il colore ha consentito un bell'effetto col fantasma, che è tutto verde con solo le labbra e le unghie dipinte di un rosso acceso.

La locandina originale è bella ma un po' fuorviante perché non ci sono donne o fantasmesse che vanno in giro o fluttuano con un look così discinto: una locandina un po' civetta!

E con questo si conclude questo breve civetta-post.

venerdì 6 aprile 2018

Un film di fantasmi

Oggi vi voglio portare un po' indietro nel tempo, fino all'anno 1937.

Il posto in cui vi porto è la Cornovaglia. Ve le immaginate, vero, le scogliere corniche, con quelle belle baie e l'acqua spumeggiante che si infrange sulle rocce?

Ecco, in cima a una scogliera immaginatevi una bella e grande casa, da ristrutturare, certo, ma una volta fatti tutti i lavori verrà fuori una magione da sogno.

Voi, proprio come i due protagonisti, siete stanchi della vita frenetica di Londra e dell'inquinamento che vi ammorba i polmoni e volete quindi trasferirvi nella splendida campagna cornica, dove potrete pure fare il bagno nella limpida acqua (stando magari attenti a non infrangervi anche voi sulle rocce).

Questi sono i due protagonisti, fratello e sorella. Lui Rick, lei Pamela, con l'accento sulla a
Ma non fate neanche in tempo a finire la ristrutturazione e godervi in santa pace la vostra nuova dimora, che vi accorgete di strani fenomeni: la notte si odono lamenti misteriosi in tutta la casa e una stanza fa venire pensieri altamente deprimenti se ci si sta dentro, roba che quasi vi vien voglia di buttarvi dalla scogliera.

E in effetti, poi scoprite che qualcuno è davvero morto cadendo dalla scogliera e il suo fantasma infesta la casa. E forse magari non c'è solo un fantasma a turbare la quiete domestica...

Il film è del 1944 ed è tratto dal romanzo Uneasy Freehold (o anche The Uninvited) dell'irlandese Dorothy Macardle. Il romanzo è inedito in Italia (casomai smentitemi che correggo) ed è una storia di fantasmi con tutti gli elementi classici del genere: casa antica isolata, sedute spiritiche, fantasmi con questioni da risolvere, ma non trascura la caratterizzazione dei personaggi e in particolare si dilunga - non spiacevolmente - sull'attività di recensore/drammaturgo del protagonista maschile.

Il film è girato in America, per cui quelle che dovrebbero essere scogliere corniche sono in realtà quelle della California; rispetto al libro vengono tagliati via dei personaggi che porterebbero la storia un po' troppo fuori strada e qualche snodo della storia è stato un po' rimescolato, ma nel complesso la trasposizione è abbastanza aderente, anche nei dialoghi.

A quanto pare, Scorsese ha posizionato questo film al terzo posto nella sua personale lista di film di paura e sembrerebbe che anche nella personale lista di Guillermo del Toro questo film faccia la sua comparsa, anche se non è chiaro in quale posizione, ma non credo tra i primi 5.

Beh, diciamo che per gli standard odierni, è difficile che questo film spaventi davvero, però è indubbio che ci sia una certa atmosfera di tensione sapientemente creata con la fotografia in bianco e nero, con le ombre e luci messe al posto giusto e con il ritmo narrativo adatto. Fortunatamente non ci sono quei jump scare di 'sto cacchio di cui soprattutto gli autori recenti fanno ampio uso e abuso, ché sennò non sanno come spaventare. E poi, i momenti di tensione sono nei punti giusti, non c'è quella generica atmosfera torva e forzata che impregna certi film dal primo all'ultimo minuto.

Comunque, questo è uno dei primi film in cui il fantasma è qualcosa che fa paura e non un'entità comica. Tra l'altro, inizialmente il regista voleva lasciare le apparizioni fantasmatiche all'immaginazione degli spettatori, invece poi è stata inserita qualche breve sequenza col fantasma fluttuante. Anzi, quelle sequenze mi sembrano anche fatte bene per cui ancora un altro paio se ne poteva aggiungere.

Il protagonista principale è il famoso e assai prolifico Ray Milland, mentre nel ruolo della sorella c'è Ruth Hussey che personalmente non avevo mai sentito.

Gail Russell
Nel ruolo di una ragazza imparentata con il fantasma c'è una giovane attrice, Gail Russell, bella ma sfortunata. Qui è in uno dei suoi primi ruoli e pare che, per superare la paura da set, ricorresse all'alcol. Il problema è che poi l'alcol è diventato compagno abituale di vita e la ragazza è morta a soli 37 anni.

L'attrice e drammaturga Cornelia Otis Skinner interpreta l'assai ambiguo ruolo della direttrice di una misteriosa clinica e questo ruolo ha fatto un po' fatto discutere perché sembrava far riferimento a un amore lesbico.

Peccato che è stato eliminato dal film il personaggio del prete campagnolo che cerca di convincere i padroni di casa a fare un esorcismo per scacciare il fantasma.

Bene, vi ho detto tutto, l'unica cosa che non vi ho detto è il titolo del film.

La casa sulla scogliera


venerdì 24 novembre 2017

Senza via di scampo, tra grandi orologi ed enormi ingranaggi

Tra i miei libri preferiti c'è Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg. L'ho letto e riletto chissapiù quante volte. Perché mi piace così tanto?

Una delle ragioni consiste in come l'autrice è riuscita a descrivere l'ambientazione in cui si svolge parte della trama. Più che "ambientazione", direi che la Flagg ha proprio riportato alla vita un mondo, quello del profondo sud americano degli anni '30 e '40, come se fosse qualcosa di davvero tangibile e percepibile.

Come ha fatto? La storia si divide in parecchi capitoletti e in ciascuno di essi la narrazione si concentra su uno dei vari personaggi. A volte, questi personaggi sono solo marginalmente collegati alla storia principale e quello che di loro viene narrato non è sempre rilevante ai fini della storia. Ed è proprio questo che li rende, secondo me, così autentici. Essi non sono delle figure mono o bidimensionali che esistono soltanto per portare avanti la trama principale, ma sono bensì dei personaggi, anzi, delle persone a tutto tondo, con la loro vita, con i problemi che per loro sono davvero importanti, indipendentemente da quello che la linea narrativa principale ci racconta. Essi escono dal libro, smettono di diventare fittizi, e insieme danno vita a un mondo concreto e vero.

Una narrazione che preveda il punto di vista di diversi personaggi (non necessariamente tramite l'utilizzo della prima persona), può quindi donare maggior spessore alla storia e alla sua ambientazione.

Kenneth Fearing, scrittore americano della prima metà del secolo scorso, era "fissato" con l'utilizzo dei molteplici punti di vista. Ha scritto otto romanzi e in tutti quanti ha utilizzato questa tecnica.

Per la verità, la cosa non gli è sempre riuscita tanto bene. Nell'ultimo romanzo, The Crozart Story, ha portato la faccenda a degli estremi tali che, anziché creare un unicum mettendo insieme molte tessere, ha sfilacciato tutto in brandelli flebilmente collegati tra loro. Forse troppe voci narranti slegate tra loro nello spazio e nel tempo.

Il suo romanzo più famoso è L'enorme ingranaggio (del 1946), sorta di giallo/poliziesco ambientato nel mondo dell'editoria.

Il protagonista, George Stroud, giornalista/investigatore per una rivista specializzata in crimini, diventa l'amante dell'amante del grande capo della casa editrice, Mr Janoth.

Dopo una nottata di amoreggiamenti e un pomeriggio passato a sbevazzare in giro per i locali di Manhattan, George accompagna l'amante a casa. I due si danno quattro bacetti ma lei si avvia da sola verso l'uscio di casa - meglio non far sparlare troppo i vicini facendosi vedere in compagnia di un uomo, ché già è sconveniente farsi vedere a rincasare con un borsone, indice di nottata passata fuori.

Inaspettatamente, sulla scena appare Janoth. I due uomini si vedono, ma l'illuminazione è tale da non consentire a Janoth di riconoscere George, ma di intravvederne soltanto la sagoma. Janoth e la donna entrano in casa, ma la gelosia di lui scatena una lite in cui entrambi si rinfacciano i rispettivi amanti e preferenze omosessuali. La situazione precipita e Janoth, in un'accesso d'ira, uccide la donna.

Il potente editore vorrebbe andare a costituirsi ma qui entra in scena il suo diabolico segretario nonché braccio destro. Costui dissuade Janoth dal suo intento, dopodiché cancella le tracce sulla scena del delitto, costruisce alibi e soprattutto dà il via a una caccia all'uomo, a quell'unico uomo di cui si sa quali locali ha frequentato insieme alla donna prima dell'omicidio e che potrebbe testimoniare di aver visto Janoth sulla scena del delitto. E a chi affida l'incarico di svolgere le indagini? Ovviamente a George che si ritrova quindi a indagare su se stesso, senza badare a spese e impiegando gran parte del personale del giornale. George si trova preso in una morsa: da una parte rischia di venire ucciso da Janoth, se venisse identificato come l'uomo misterioso, mentre dall'altra egli teme che sua moglie - sì, George è pure sposato - scopra il suo tradimento e lo mandi a quel paese portandosi via la figlia.

Anche Chaplin se ne intendeva di ingranaggi
Secondo me, una storia del genere è davvero potente. A X Factor direbbero "questa storia spacca". Quando ho letto il libro la prima volta sono però rimasta un po' delusa e ho pensato che le potenzialità della trama non fossero state sviluppate appieno.

Per prima cosa, c'è nella vicenda qualche dettaglio che non mi torna del tutto: perché il protagonista, se poi ha tanta paura che la moglie lo scopra, va con l'amante proprio nei locali che abitualmente frequenta e dove lo conoscono? E poi, in questi locali lo conoscono così tanto da sapere che anni prima gestiva un locale con la moglie, ma nessuno, proprio nessuno, sa come si chiama e dove lavora? Non so, a me sembra un po' strano e in base a come il protagonista si era comportato, l'investigazione sarebbe dovuta durare giusto un paio d'ore. E invece dura giorni e per giunta si conclude in maniera fortunosa.

Ma a parte questo, la cosa che mi infastidiva era proprio quella dei molteplici narratori che, proprio nei momenti in cui la tensione dovrebbe aumentare e tu dovresti leggere rosicchiandoti le unghie per la suspense, si mettono a raccontare cose di infima importanza per la storia principale. Perché, nella parte finale del libro, un investigatore impiega quattro pagine a dire cose di poco conto per poi finalmente buttar lì, quasi per caso, una cosa importante? E non è l'unico esempio in cui questo avviene.

L'impressione è che Fearing fosse poco interessato all'aspetto tensivo della vicenda e preferisse piuttosto indugiare su altre cose. Ci sono diverse pagine che parlano della struttura della casa editrice, di un possibile progetto di cui si sta vagliando la realizzazione, delle preoccupazioni dell'editore a proposito di una fusione ecc. Insomma, sembra quasi che l'azione principale sia un contorno.

Per scrivere questo articolo ho deciso di rileggere il libro una seconda volta e, proprio per il fatto di sapere già la trama, ho potuto apprezzare tutte quelle cose che mi avevano infastidito e che invece mi sono accorta che danno spessore al romanzo e ai suoi personaggi. Ecco che il capitolo dell'investigatore che parla di cose ininfluenti acquista un nuovo significato. Me lo immagino questo ometto, costretto a stare alla centrale di polizia a raccogliere notizie, quando invece vorrebbe lavorare a un suo progetto editoriale ed è inoltre preoccupato che ci sia stata una fuoriuscita di informazioni a proposito di questo progetto. Questo investigatore è ignaro che il protagonista si trova in una situazione disperata e quindi è giustamente preoccupato per gli affari suoi.
Tutto il romanzo, alla seconda lettura, ha acquistato una nuova luce.

Quindi usare più narratori e approfondire aspetti non fondamentali per la vicenda è un po' risqué quando si tratta di storie thriller, bisogna bilanciare bene gli ingredienti altrimenti si rischia di disorientare il lettore/spettatore. Altri generi di storie invece richiedono in questo senso minore attenzione.

Nel 1948 è uscito un film, Il tempo si è fermato, che ripropone in maniera abbastanza fedele la storia del romanzo. C'è qualche adattamento moraleggiante: il protagonista, anziché essere un donnaiolo che ha persino un hotel d'elezione dove portare le amanti, è un marito irreprensibile che giammai si sognerebbe di avere una tresca extra-coniugale. È vero che trascura la famiglia a causa del troppo lavoro, ma non esita a farsi licenziare pur di portare moglie e figlio in vacanza. Inutile dire che è stato eliminato qualsiasi riferimento omosessuale nel litigio tra Janoth e l'amante.

Il film dà una aggiustata alla plausibilità di certi punti della trama e toglie gli elementi che potrebbero smorzare la tensione e ha quindi le caratteristiche che un prodotto del genere dovrebbe avere.

Nel film c'è una costante presenza di orologi, simbolo di un sistema inarrestabile, un enorme ingranaggio che non si ferma di fronte a niente e di cui tutti sono delle rotelle interscambiabili.

Un film decisamente ben fatto, con il grande Charles Laughton nei panni del "ciccione" Janoth, una dozzinale imitazione di Napoleone, come lo chiama la sua amante subito prima di venire uccisa.

Alla fine degli anni '80, viene girato un altro adattamento del romanzo di Kenneth Fearing: Senza via di scampo, con Kevin Costner e il grande Gene Hackman. Stavolta le differenze rispetto al romanzo sono un po' più marcate, ma sono mantenuti i punti salienti e distintivi della storia.

Non siamo più in una casa editrice ma nei corridoi del Pentagono. Costner interpreta un capitano della marina che inizia una relazione con l'amante (Sean Young) del Segretario della Difesa (Hackman). Tutto si svolge come da copione solo che, per fortuna, l'indagine che Costner deve compiere su se stesso è più impegnativa perché ci sono poche tracce che portano a lui.

L'indizio che potrebbe inchiodarlo è rappresentato da una Polaroid che la sua amante gli aveva scattato e che è stata rinvenuta sulla scena del delitto. L'immagine è praticamente inintellegibile ma grazie ai supercomputer del Pentagono e a un sistema sperimentale di elaborazione delle immagini, in poche ore sarà possibile riuscire a capire che l'uomo nella foto è Costner. Quindi egli è in corsa contro il tempo per trovare il modo di uscire dalla melma in cui si trova invischiato...

Ah, i vecchi tempi in cui si usava i floppy 3M.
By the way, bravo George Dzundza nei panni
del capo del settore informatico
Trovo che il film sia davvero ben fatto e recitato in maniera molto credibile anche dagli attori che interpretano i personaggi secondari. Inoltre la love story tra Costner e la Young è appassionante e si rimane un po' male quando il di lei personaggio viene ucciso, dopo ben 45 minuti di film.

Ci sono delle ingenuità, tipo dei testimoni che vengono convocati al Pentagono e per coincidenza si imbattono in Costner, come se il Pentagono fosse un ufficio dove lavorano giusto 20 persone (comunque la cosa è una citazione del romanzo). Purtroppo il finale ha uno stupidissimo colpo di scena che vabbè, in fondo non rovina neanche il film, sembra una cosa posticcia attaccata in un secondo momento. E poi, al limite, a tre minuti dalla fine si può sempre dire:"Ops, mi si è spento lo schermo!" ZZZAP!


venerdì 5 maggio 2017

I tre pensionanti

Quando fuori piove, non è forse bello starsene accoccolati sul divano come gatti, cullati dal suono della pioggia, guardando un bel film thriller? Approfittando di queste intime giornate piovose ho guardato non uno, non due, ma ben tre film thriller, tutti tratti dallo stesso romanzo: "The Lodger", scritto da una certa Marie Belloc Lowndes.

The lodger
Locandina in stile futurista
Il primo film, con titolo italiano "Il pensionante", è del 1927 ed è nientemeno che uno dei primissimi film di Alfred Hitchcock.

La storia si svolge nella Londra di fine '800, dove c'è un certo allarme a causa di un misterioso serial killer che, ogni martedì, uccide una ragazza dai capelli chiari e lascia sul cadavere un biglietto firmato "Il vendicatore" (non verrà mai spiegato di cosa si deve vendicare questo crudele vendicatore).

I protagonisti principali della pellicola sono i membri di una famiglia composta da padre, madre e figlia dai capelli biondi. Lei è più o meno fidanzata con un poliziotto dagli inquietanti occhi chiari, che sembra più interessato a fare il cascamorto con lei che non a indagare sul killer.

Una sera, il padre entra in casa tutto eccitato perché il giornale dice che un testimone ha visto il Vendicatore: pare sia un uomo con una sciarpa che gli copre la parte inferiore del viso. Vabbè, non certo la miglior descrizione per un identikit comunque meglio di niente.

Improvvisamente, qualcuno bussa alla porta. La madre, che ha i capelli come la parrucca di Anthony Perkins in "Psycho", va ad aprire. Dalla nebbia emerge una figura: un uomo con cappello e mantello e la faccia mezza coperta da una sciarpa!

La madre è un po' sconvolta perché, oltre che per la sciarpa, l'uomo non si presenta con l'aspetto più rassicurante del mondo. Sembra un vampiro e anche le sue movenze fanno pensare più al conte Dracula che striscia sui muri che non a un normale uomo che vuole una stanza in affitto. Comunque, siccome i soldi non puzzano, neanche quando hanno una sciarpa sospetta, la padrona di casa è ben felice di dare una stanza all'uomo misterioso.

Pensionante alla finestra
La prima cosa che egli fa appena mette piede nella stanza è quella di girare i quadri raffiguranti donne più o meno discinte. La padrona di casa è un po' basita, invece il fidanzato/poliziotto è tutto contento perchè ipotizza che l'uomo misterioso sia più attratto dagli uomini che dalle donne.

Ben presto, però, il poliziotto si dovrà ricredere perché il nuovo pensionante non solo non è gay, ma è anche molto interessato alla sua fidanzata e il peggio è che lei sembra ricambiare. La ragazza preferisce il tenebroso e in qualche modo fascinoso pensionante piuttosto che il poliziotto che passa il tempo a fare lo spaccone e a fare scherzi stupidi con le manette.

Ecco che strane cose accadono. Il martedì notte, la padrona di casa sente che il pensionante sta uscendo furtivamente dalla sua stanza per ritornare dopo mezz'ora in maniera altrettanto furtiva. Il giorno dopo, il marito di lei legge sul giornale che il killer ha colpito ancora e proprio vicino a casa loro! I due iniziano a nutrire un tremendo sospetto: che il misterioso pensionante sia proprio il killer!