lunedì 7 maggio 2018

Da Sissignore a Yes Man: le due facce del sì

Ugo Tognazzi è molto magenta
in questa locandina
Nel 1968, Ugo Tognazzi dirige Sissignore, uno di quei film dall'atmosfera surreale, non inusuale in quell'epoca. Oltre a dirigere, Tognazzi interpreta il protagonista principale, l'autista di un magnate dell'industria (Gastone Moschin in versione calva).

Questo autista è un tipo altamente servile che accetta di fare tutto quello che il suo capo gli chiede. E le richieste sono delle più disparate.

CAPO:"Non puoi prenderti tu la responsabilità dell'incidente da me causato e andare in prigione al posto mio?"
AUTISTA:"Sì"
CAPO:"Sposati la mia amante, così mia moglie è meno gelosa"
AUTISTA:"Va bene"
CAPO:"Mia moglie, gelosa, mi ha tagliato un orecchio. Dammi il tuo che ha una forma simile:"
AUTISTA:"Errr...d'accordo"
CAPO:"Metti tu la firma sul progetto di questa nave, anche se non sei ingegnere"
AUTISTA:"OK"

SPLASH .. GLUB ... rumori di nave che affonda neanche uscita dal porto. Chissà chi andrà in prigione.

Il film, dicevo, è surreale e mostra situazioni al limite dell'assurdo. Immagino quindi che il film sia da leggere in chiave metaforica. Cosa rappresenta questo protagonista, sottomesso e servile dall'inizio alla fine, senza un minimo di evoluzione durante il corso della storia?

Credo che potrebbe rappresentare quel genere di persone senza nessuna assertività, che acconsentono a qualsiasi richiesta, anche inaccettabile, pur di rimanere nelle grazie di qualcuno che possa arrecargli dei vantaggi, anche minimi. L'autista accetta qualsiasi situazione e non sempre ne è contento, ma sa che il suo capo provvederà a lui e non lo farà morire di fame. Magari riceverà solo briciole, ma è pur sempre qualcosa e questo gli consente di non doversi sbattere per avere una vita più soddisfacente.

Il film non mi sembra tutta questa gran cosa, l'ho trovato abbastanza ripetitivo anche perché indugia parecchio sul bizzarro matrimonio del protagonista. L'autista non può infatti avere rapporti sessuali con la propria moglie perché questa continua a essere l'amante del capo e non può quindi concedersi ad altri. Ecco, l'unica cosa per cui l'autista pare lamentarsi è proprio questa impossibilità di consumare il matrimonio e si ingegna in tutti i modi per riuscire a entrare in intimità con la moglie.

Quest'ultima è poi un personaggio svagato/svampito che canta per gran parte del tempo una noiosa canzoncina, che perfino Tognazzi, a un certo punto, le dice:"Ma non ne sai un'altra?". La donna si comporta come se la situazione fosse del tutto normale, in fondo a lei basta figurare come accasata, i soldi le arrivano, chi se ne frega del resto? Le apparenze sono la cosa importante e non esita a dire cose del tipo:"Il mio amante mi può tradire, ma tu no perché sei mio marito".

Insomma, il film è all'insegna della parola "Sì" come simbolo del servilismo, della passività e dell'opportunismo, concetti racchiusi in pratica nel significato della parola yesman. Ma non è a questo significato che Danny Wallace pensa quando, nei primi anni 2000, scrive il libro Yes Man.

Non so se sapete chi è Danny Wallace. È un personaggio abbastanza poliedrico e, se dovessi definirlo alla grossa, direi che è un autore, tendenzialmente comico. Oltre a libri e articoli, ha scritto per la radio e per la televisione inglese. Inoltre, in diversi giochi della serie di Assassin's Creed, appare pure un personaggio creato a sua immagine e somiglianza. Io non ho giocato a nessun Assassin's Creed, ma se qualcuno ci gioca e si imbatte in un professore occhialuto, sappia che è stato creato ispirandosi a Danny Wallace.

Danny Wallace
fonte Wikipedia
Comunque, nei suoi libri, Wallace racconta della sua passione nell'ideare e portare a termine certi progetti, tendenzialmente insoliti e bizzarri. Progetti che, dato lo zelo con cui vengono affrontati, diventano delle vere e proprie missioni che una volta iniziate devono assolutamente venire completate.

Nel 2002 Wallace, insieme all'amico Dave Gorman, scrive un libro intitolato Are You Dave Gorman? dove vengono raccontate le peripezie vissute dai due amici durante lo svolgimento di una missione - una scommessa, in realtà -  che consiste nel trovare e incontrare 54 persone chiamate Dave Gorman.

Nel giro di sei mesi, Wallace e Gorman hanno girato per mezza Europa alla ricerca degli omonimi. Hanno addirittura fatto una toccata e fuga di due giorni a New York solo per incontrare un possibile omonimo, tra l'altro senza neanche preavvisarlo del loro arrivo. Sono riusciti perfino a convincere alcune persone, comprese due donne, a cambiarsi legalmente nome in Dave Gorman.

L'allora fidanzata di Wallace, esasperata da quello che lei definisce "stupid boy-project" e stufa di vedere il fidanzato viaggiare ininterrottamente con l'amico e mai con lei, lo lascia e torna nella sua natia Norvegia. Wallace, insieme a Gorman, la raggiunge per chiedere perdono, ma già che c'è, il dinamico duo ne approfitta per fare qualche ricerchina, sia mai che in Scandinavia ci sia qualche omonimo...

Nel 2003, esce un altro libro, intitolato "Join Me", dove Wallace racconta dettagliatamente un altro incredibile "boy-project" . In pratica, il nostro Danny viene a sapere che un suo antenato aveva tentato di creare, senza poi riuscirci, una sorta di comune, dove sarebbero dovute andare ad abitare persone dalle idee simili. Wallace rimane colpito da questo fatto e decide di formare un gruppo di persone, in omaggio al suo antenato.

Mette quindi un annuncio sul giornale dove scrive semplicemente "JOIN ME", insieme alla richiesta di inviargli una fototessera. Incredibilmente diverse persone iniziano a rispondere all'annuncio e ad aderire alla richiesta di far parte di un fantomatico gruppo. La cosa sorprendente è proprio questa: tantissime persone vogliono unirsi anche se non sanno assolutamente a cosa si stanno unendo. Wallace stesso non ha nessuna idea in merito, lui vuole semplicemente unire 100 persone, in memoria del suo antenato.

Dopo diverso tempo, in seguito alle richieste sempre più pressanti da parte dei membri del gruppo, Wallace decide di dare al gruppo uno scopo: compiere buone azioni a vantaggio dei pensionati. Le buone azioni poi si estendono anche ad altre categorie e Wallace, istigato da un amico, non vuole fermarsi ai 100 "adepti". A questo punto, se si fa 100, vuoi non fare 1000?

Inizia così una campagna massiccia di diffusione della sua idea: Wallace torna a girare per mezza Europa alla ricerca di nuovi membri. Viene intervistato da diversi giornali e appare in programmi televisivi belgi e olandesi. Tutto questo all'oscuro della fidanzata che non approverebbe di certo l'ennesimo "stupid boy-project". Alla fine, però, lei scopre tutto e di nuovo se ne torna in Norvegia..lui la segue anche questa volta, ma insieme decidono di porre fine alla storia. Wallace può quindi portare a termine la missione senza più dover ricorrere a sotterfugi e così il suo gruppo raggiunge e supera i mille aderenti.

A quanto pare, il gruppo esiste ancora e continua a compiere atti casuali di generosità. È stato fatto anche il libro "Random Acts of Kindness: 365 Ways To Make the World A Better Place" che però non ho letto.

Cosa succede dopo il compimento di questo boy-project? Quale altra idea bizzarra sarà venuta in mente al nostro eroe?

Lo si scopre leggendo il terzo libro di Wallace, Yes Man, che racconta i mesi successivi alla creazione di questo gruppo dedito alle buone azioni.
 
Dopo la fase di attività intensa, il nostro Danny vive un periodo di calo: passa il suo tempo tra casa e lavoro, sfugge agli incontri con gli amici, non aderisce a nessuna attività sociale, a meno di non esserne proprio costretto.

Lentamente si abitua a questa nuova situazione e ci trae pure una certa soddisfazione. Diventa un maestro nell'inventare scuse per evitare compleanni, bicchierate, feste e, in qualche modo, gli sembra di star bene così.

Ma un giorno, sull'autobus, si mette a parlare con uno sconosciuto che casualmente gli dice:"Devi dire più spesso". Questa frase lo colpisce immensamente e gli fa avere una sorta di rivelazione che lo spinge a cambiare drasticamente la sua vita.

Decide quindi di dire sì a qualsiasi richiesta gli venga fatta, inizialmente per sole 24 ore, poi la cosa viene estesa a tempo indeterminato. La parola yes è la chiave che dà a Danny nuovissime opportunità che altrimenti non avrebbe colto; è la parola che gli dà un potere inimmaginabile fino a quel momento, che gli permette di conoscere nuove persone, di crescere dal punto di vista lavorativo e anche di dare una svolta alla sua vita amorosa.

Nel libro Wallace racconta le incredibili avventure che gli capitano adottando questa nuova condotta. A volte le cose sono così pazzesche che mi chiedo se l'autore non abbia romanzato un po' le cose. E inoltre, è veramente possibile (soprav)vivere a Londra dicendo sempre sì?

Ad ogni modo, il libro di Wallace è veramente piacevole per via di questo suo modo ironico di scrivere. Questa idea del dire sempre è in bilico tra la genialità e la follia e Wallace riesce a parlarne in modo che il lettore la prenda in considerazione senza cassarla come una semplice cretinata. Almeno per me, che sono in una fase no woman, questa idea ha un suo senso.

Un terzo modo di dire sì
Yes Man è probabilmente il libro più noto di Wallace e nel 2008 viene prodotto un film con Jim Carrey. Il film prende dal libro soltanto l'idea di base, cioè quella di un uomo che, depresso perché la fidanzata lo ha lasciato, si chiude a riccio e dice di no a tutto.  A parte questo, libro e film non condividono nessun episodio, il che non è necessariamente negativo.

Quello che io critico e che a me non è piaciuto molto è il puntare troppo sul tipico modo hollywoodiano moderno di fare le commedie, dove le situazioni sono esasperate e si cerca di buttarla in ridere a ogni occasione. Così facendo, l'idea del dire sempre sì perde molta forza e rimane in pratica solo una bizzarria. Inoltre, nel film, il protagonista viene convinto a dire sempre sì da una specie di santone che ha creato un movimento avente come motto Yes is the new no (ditemi voi che senso ha questo motto). Il protagonista non è quindi intimamente convinto del potere del sì e, anzi, ritiene che gli succederà qualcosa di negativo se dirà NO. E questo, secondo me, cambia di molto il senso che sta alla base del libro.

Credo che avrei preferito una commedia in chiave più smorzata, evitando quindi scene trash tipo il servizietto che una vecchia sdentata fa al protagonista. Vedrei bene una siffatta versione del film con un attore come Bill Murray, ad esempio, più adatto a un umorismo di tipo inglese, in grado di far ridere senza dover ricorrere a esagerazioni, un umorismo più verbale e meno visivo.

Inoltre, nel film viene dato troppo spazio alla storia d'amore e a questo punto noto anche che Jim Carrey e Zooey Deschanel hanno ben 18 anni di differenza. Non stanno male insieme però un po' mi viene da pensare a quelle attrici trentenni a cui viene detto che sono troppo vecchie per intepretare la moglie di un 45-enne. Non è una follia?

In definitiva, il film Yes Man magari un paio di risate ve le strappa, ma secondo me è molto più divertente il libro. E mi sono dilungata anche sugli altri libri di Wallace perché penso che anch'essi siano molto gradevoli.


sabato 28 aprile 2018

Virtual insanity

A quanto pare, c'è chi di mestiere fa il miglioratore di foto, di quelle foto che poi si allegano al curriculum. Non è dato sapere quale faccia facciano i potenziali datori di lavoro, quando al colloquio si vedono arrivare la strega di Biancaneve, anziché l'Angelina Jolie che avevano visto nella foto del cv.

E uno dice: ma non bisogna mica stravolgere i lineamenti, basta un ritocchino qui e lì. E invece, secondo me, si sta poco a passare dal togliere le borse sotto gli occhi al modificare radicalmente la fisionomia. Perché, a suon di ritocchini, si perde davvero il senso della misura e della realtà.

Modelle famose che, prima predicano l'autostima e gridano:"donne, siamo tutte belle", e poi si riducono il loro già sottile vitino di vespa in modo che sia ristretto come quello di una formica.

Ragazze che su Instagram si applicano tonnellate di filtri sfumati, che uno le guarda e pensa che si siano fatte la foto mentre erano in un banco di nebbia.

In un commento, tempo fa, una ragazza ha scritto che una sua amica modificava tutte le proprie foto, ingrandendosi sempre gli occhi. Quella virtuale diventa quindi la nuova realtà. Se io in una foto mi tolgo il doppio mento, dovrò poi farlo in tutte le foto poiché io, virtualmente, il doppio mento non ce l'ho più, non ce lo posso più avere.

Vabbè, se anche in passato chi si faceva fare ritratti e statue chiedeva che venissero fatte delle migliorie nella fisionomia, chi siamo noi, gente digitale del XXI secolo, per rifiutare tali migliorie? Un po' mi intristisce, però.

Nel cinema, che è il regno dell'irrealtà, tutto è fotografato e illuminato ad arte e come se non bastasse è spesso photoshoppato, non tanto ad arte, però. Infatti, nelle locandine si vedono errori e orrori a bizzeffe.

Perché, nella seguente locandina, a Jennifer Aniston manca un pezzo di corpo?

"Non mi manca un pezzo di busto, è che mi photoshoppano così"

Sia mai che Jennifer Aniston (che ha un fisico perfetto) sembri grassa.
Nella locandina seguente, invece di ridurle il girovita, devono averle ridotto un po' tutto. Non si spiega altrimenti la dimensione lillipuziana delle sue mani al confronto di quelle di lui che dovrebbe essere praticamente sullo stesso piano.

Mani di fata

Ma devo mostrarvi la perla locandinica in cui mi sono imbattuta di recente. È di un film che non credo sia nemmeno arrivato in Italia. Immagino sia una commediola senza pretese, ma questo giustifica l'assurdità della locandina?

Cupido arrossisce non per amore, ma per la vergogna

Sembra che nessun elemento c'entri con gli altri. Un guazzabuglio di immagini appiccicate una vicino all'altra. Tra le altre cose, C. Thomas Howell (sì, proprio quello di The Hitcher) spunta da dietro un albero sembrando uno gnomo, mentre alla tagline manca una lettera: "Love is a PRIMITVE thing".

Ma torniamo al discorso dell'alterazione dei lineamenti. Se la faccia, quindi il nome, di un attore è quell'elemento potenzialmente in grado di attirare lo spettatore, perché modificargli i lineamenti così tanto rendendolo alla fine quasi irriconoscibile?

Questa che segue è Gwyneth Paltrow in Iron Man 3. A me però sembra un po' ibridata con Kirsten Dunst. Cos'è, un omaggio subliminale alla Mary Jane dei primi film di Spider Man?

"Anche io voglio una doppia identità: da oggi sarò Pepper Jane Pottson!"

Perché, nella seguente locandina, Nicole Kidman assomiglia quasi a Celine Dion? Tra l'altro l'attrice è stata anche specchiata orizzontalmente, mi chiedo perché.

"Quale battuta devo dire per prima? Ah sì: "And I know that my heart will go on...."

Nella locandina seguente, ho l'impressione che con la Johansson abbiano pasticciato un po'. Non è immediatamente chiaro che si tratti di lei.

The other Johansson girl

E arriviamo anche a Nicolas Cage, col quale pare che i locandinatori si accaniscano senza pietà. Di seguito c'è la foto normale.

Cage in tutto il suo splendore

E ora, qualcuno mi spieghi cosa hanno fatto alla sua faccia. A chi appartiene quale pezzo?

"Io non sono Cage"

Se fossi un attore e mi trasformassero in siffatta maniera, un po' anche mi incacchierei. E infatti, Dane Cook ha avuto parole abbastanza caustiche nel criticare la locandina de "La ragazza del mio migliore amico".


Tra le molte critiche, Cook ha scritto che nel poster lui sembra avere un rossetto lucido sulle labbra e che è sicuramente in grado di ruotare la testa a 180° grazie al fatto di essere stato allevato da una famiglia di gufi in un fienile abbandonato!

Ora vi propongo una serie di immagini, estrapolate dalle loro locandine, e ditemi se riconoscete le attrici in questione.

Chi è?

Forse di questa ricorderete
la locandina..la riconoscete?

Questa è un tantino difficile...

Un'attrice inglese...ma chi?

Bene, ora vi saluto e vado ad ascoltare Jamiroquay.

lunedì 16 aprile 2018

Sbaglio di chiave

Clicca sulla freccia e segui la storia.

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Seguitemi attraverso la libreria stile Frankenstein Junior -
vi porto io dal Fabbricante di Chiavi

Uff! Non scorre, servirebbe anche un Fabbricante di Olio

Sono Neo. È lei il Fabbricante di Chiavi?

Beh, una specie. E tu chi sei? Il Guardia di Porta?
Mi piaceva di più quell'altra.

Sono Neo, l'Eletto

Eletto da chi? Io non ho neanche votato!
Comunque...chi ti fa le tasse?

venerdì 6 aprile 2018

Un film di fantasmi

Oggi vi voglio portare un po' indietro nel tempo, fino all'anno 1937.

Il posto in cui vi porto è la Cornovaglia. Ve le immaginate, vero, le scogliere corniche, con quelle belle baie e l'acqua spumeggiante che si infrange sulle rocce?

Ecco, in cima a una scogliera immaginatevi una bella e grande casa, da ristrutturare, certo, ma una volta fatti tutti i lavori verrà fuori una magione da sogno.

Voi, proprio come i due protagonisti, siete stanchi della vita frenetica di Londra e dell'inquinamento che vi ammorba i polmoni e volete quindi trasferirvi nella splendida campagna cornica, dove potrete pure fare il bagno nella limpida acqua (stando magari attenti a non infrangervi anche voi sulle rocce).

Questi sono i due protagonisti, fratello e sorella. Lui Rick, lei Pamela, con l'accento sulla a
Ma non fate neanche in tempo a finire la ristrutturazione e godervi in santa pace la vostra nuova dimora, che vi accorgete di strani fenomeni: la notte si odono lamenti misteriosi in tutta la casa e una stanza fa venire pensieri altamente deprimenti se ci si sta dentro, roba che quasi vi vien voglia di buttarvi dalla scogliera.

E in effetti, poi scoprite che qualcuno è davvero morto cadendo dalla scogliera e il suo fantasma infesta la casa. E forse magari non c'è solo un fantasma a turbare la quiete domestica...

Il film è del 1944 ed è tratto dal romanzo Uneasy Freehold (o anche The Uninvited) dell'irlandese Dorothy Macardle. Il romanzo è inedito in Italia (casomai smentitemi che correggo) ed è una storia di fantasmi con tutti gli elementi classici del genere: casa antica isolata, sedute spiritiche, fantasmi con questioni da risolvere, ma non trascura la caratterizzazione dei personaggi e in particolare si dilunga - non spiacevolmente - sull'attività di recensore/drammaturgo del protagonista maschile.

Il film è girato in America, per cui quelle che dovrebbero essere scogliere corniche sono in realtà quelle della California; rispetto al libro vengono tagliati via dei personaggi che porterebbero la storia un po' troppo fuori strada e qualche snodo della storia è stato un po' rimescolato, ma nel complesso la trasposizione è abbastanza aderente, anche nei dialoghi.

A quanto pare, Scorsese ha posizionato questo film al terzo posto nella sua personale lista di film di paura e sembrerebbe che anche nella personale lista di Guillermo del Toro questo film faccia la sua comparsa, anche se non è chiaro in quale posizione, ma non credo tra i primi 5.

Beh, diciamo che per gli standard odierni, è difficile che questo film spaventi davvero, però è indubbio che ci sia una certa atmosfera di tensione sapientemente creata con la fotografia in bianco e nero, con le ombre e luci messe al posto giusto e con il ritmo narrativo adatto. Fortunatamente non ci sono quei jump scare di 'sto cacchio di cui soprattutto gli autori recenti fanno ampio uso e abuso, ché sennò non sanno come spaventare. E poi, i momenti di tensione sono nei punti giusti, non c'è quella generica atmosfera torva e forzata che impregna certi film dal primo all'ultimo minuto.

Comunque, questo è uno dei primi film in cui il fantasma è qualcosa che fa paura e non un'entità comica. Tra l'altro, inizialmente il regista voleva lasciare le apparizioni fantasmatiche all'immaginazione degli spettatori, invece poi è stata inserita qualche breve sequenza col fantasma fluttuante. Anzi, quelle sequenze mi sembrano anche fatte bene per cui ancora un altro paio se ne poteva aggiungere.

Il protagonista principale è il famoso e assai prolifico Ray Milland, mentre nel ruolo della sorella c'è Ruth Hussey che personalmente non avevo mai sentito.

Gail Russell
Nel ruolo di una ragazza imparentata con il fantasma c'è una giovane attrice, Gail Russell, bella ma sfortunata. Qui è in uno dei suoi primi ruoli e pare che, per superare la paura da set, ricorresse all'alcol. Il problema è che poi l'alcol è diventato compagno abituale di vita e la ragazza è morta a soli 37 anni.

L'attrice e drammaturga Cornelia Otis Skinner interpreta l'assai ambiguo ruolo della direttrice di una misteriosa clinica e questo ruolo ha fatto un po' fatto discutere perché sembrava far riferimento a un amore lesbico.

Peccato che è stato eliminato dal film il personaggio del prete campagnolo che cerca di convincere i padroni di casa a fare un esorcismo per scacciare il fantasma.

Bene, vi ho detto tutto, l'unica cosa che non vi ho detto è il titolo del film.

La casa sulla scogliera


martedì 3 aprile 2018

La storia fantastica

[In fondo al post trovate i link agli altri blog che celebrano i trent'anni da quando questo film è uscito in Italia.]

Quante volte il film La storia fantastica sarà passato in tv? Tantissime, visto che quest'anno ricorrono i trent'anni da quando la pellicola è giunta in Italia.

E quante volte ho visto io questo film? Una. Per poter poi scrivere questo post.

Ci sono film, anche famosi, che non ho mai guardato perché per qualche motivo non mi attirano. Ci ho messo 20 anni prima di vedere Titanic. Il Gattopardo non so quando mi deciderò a vederlo e non so se ho tanta voglia di vedere film come Platoon o Full Metal Jacket.

Già a partire dal titolo, La storia fantastica mi è sempre sembrato poco appetibile. Non vi sembra un titolo moscio? Non c'era un aggettivo un po' meno generico di "fantastica"?
E nemmeno il titolo originale The Princess Bride mi pare poi così tanto originale. Di principesse e spose ne ho sempre avute piene le tasche.

Poi c'era Robin Wright che all'epoca recitava nella soap-opera Santa Barbara. E quando mai si è visto che un attore di soap riesce ad arrivare a recitare in film che non siano dei piatti tv movie? In realtà qualcuno ce la fa a fare il salto da soap-opera a film-da-cinema: oltre a naturalmente la stessa Wright, mi viene in mente Tommy Lee Jones, Richard Cox, Teri Polo, Demi Moore. E ce ne sono sicuramente altri ma comunque non sono tanti.

In più c'era il mitico Peter Falk che mi sembrava relegato a un ruolo alquanto minimo, per cui mi dicevo: "ma come? Hai Peter Falk e gli fai dire solo qualche battuta?" (E qui mi viene in mente quando Verdone aveva chiamato Sora Lella per proporle di partecipare a Bianco, rosso e Verdone e lei era diffidente e gli aveva fatto capire se era solo per quattro pose non si sarebbe sprecata a partecipare.)

Quindi, dopo aver visto il film, tutte queste mie remore erano giustificate?

Innanzitutto è vero che Peter Falk ha la piccola parte del nonno che racconta una storia al nipote ammalato, distogliendolo dal videogame di baseball "Hardball" (a cui non mi sembra di aver mai giocato, non è male la grafica comunque). Questa parte nonno/nipote è veramente piccola rispetto al resto del film e mi chiedo se a sto punto non era meglio eliminarla proprio. C'è qualche tentativo di intersecare i due piani - realtà e fiaba - ma questi tentativi sono abbastanza esili.

Tipica espressione da dramma soap-operesco
E torniamo ora a Robin Wright. Ecco, c'è da dire che in effetti la sua recitazione è abbastanza soap-operesca, ma è lei stessa ad aver ammesso che sul set, più che recitare, era preoccupata di non fare la figura della fessa davanti a Mandy Patinkin e a Christopher Guest.

Devo dire che in generale la confezione del film ha un che di televisivo, la fotografia non ha dei particolari guizzi inventivi e in genere c'è questa estetica, anche nei costumi, che mi sa un po' di posticcio. Ho avuto un po' la sensazione di trovarmi in una attrazione di Gardaland.

Però questo stile da parco divertimenti è adatto al tono in cui la storia viene raccontata, infatti non siamo di fronte a un film serio né serioso bensì a una commedia che con un'incredibile capacità equilibristica riesce a stare sul filo della farsa senza mai caderci dentro.

Il film si prende gioco del genere narrativo fiabesco, ma senza cadere in uno sfottò demenziale ed è pieno di battute spiritose che rendono la visione veramente piacevole. Io guardavo il film e volevo davvero vedere come procedeva la storia, non ovviamente per il finale, ma per scoprire in quali situazioni divertenti si sarebbero trovati i personaggi.

E questi personaggi sono anch'essi dei punti forza (magari tralasciando il ruolo un po' scialbo della principessa che addirittura non riconosce il suo riconoscibilissimo amato solo perché indossa una maschera). Abbiamo il gigante rimaiolo Fezzik, interpretato da Andrè The Giant, di cui si dice che sul set bevesse ogni giorno una secchiata di un liquido alcolico random e poi facesse puzze tonanti.

Il divertente spadaccino Inigo Montoya, la cui missione è quella di trovare e uccidere l'assassino di suo padre. Il siciliano Vizzini alle prese con arguti ragionamenti per dedurre quale coppa non sia avvelenata. Billy Crystal irriconoscibile ma assai spassoso nel ruolo del taumaturgo Miracle Max. Convincente e mellifluo Chris Sarandon nel ruolo del malvagio principe e sottilmente divertente il personaggio del prete durante la celebrazione nuziale.

Insomma, un film molto gradevole anche se mi sembra esagerato definirlo capolavoro, come recita la locandina. E a proposito di locandina, essa mi sembra poco convincente, anche un po' fuorviante, con quello che sembra un orso e invece dovrebbe essere un ratto gigante e con quel personaggio in primo piano che impugna uno spadone alla Excalibur e che invece nel film nessuno usa. I protagonisti, infatti, si sfidano con spade più leggere, in coreografici duelli danzanti alla Errol Flynn.

Per riassumere, ero partita veramente prevenuta e pensavo che mi sarei slogata la mascella sbadigliando durante la visione. E invece no!

E ora vi consiglio di andare a leggere i post seguenti:

1) Questo, dove Cassidy vi spiega per filo e per segno tutto quello che dovete sapere su La storia fantastica

2) Qui, sul Zinefilo, dove si parla di film dalla serie A alla serie Z, per scoprire a che lettera Lucius avrà classificato il film.

3) E qua, su IPMP, guardatevi un po' la locandina d'annata!